La solitudine di Alonso Quijano – 20 maggio 1977

Posted on 10 agosto 2010 di

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Quijote

20 maggio 1977

Abbiamo creduto nei silenzi, mai nella resa.
È stato infangato il nostro nome, perché gli stracci che indossiamo sono più importanti delle idee. Perché noi rappresentiamo – ed è cosa appurata che apparire è più vero di essere.
– Ma le idee, signori, nessuno ce le porterà via, non è così? –
La lungimiranza, il bene comune, la fratellanza e il disprezzo per chi non è dalla nostra parte (non potremmo almeno ipotizzare che il nostro sistema sia lo stesso di chi è dall’altra parte, sostituendo qualche nome come in una sorta di proprietà commutativa!?).
Soltanto noi siamo i cosmopoliti, abbiamo ampie vedute d’insieme, promettiamo bene.
E le idee non sono anche belle promesse? Non è forse ogni idea l’annuncio di una primavera? E non sorride il saggio che le ha gettate via tutte, perché l’unica che valesse qualcosa era quella che annullava il potere divino di tutto le altre?
Eppure io ho scelto di essere Alonso Quijano, dimentico del nome paterno, dell’utero e della vita che ho vissuto. Sono stanco e questo nome è un rifugio, la mia ultima solitudine.
Ancora mi chiedo che cosa mi abbia spinto all’isolamento. Di solito non è mai un solo evento a produrre effetti disarmanti, ma è una catena con i suoi anelli incastrati precisamente, per costringere anche il Fato ad arrendersi.
– La volontà supera anche la bruttezza delle Moire. –

***

La letteratura non mi è di sostegno. La mia solitudine è incurabile. Scorro l’indice di ciò che conosco, appreso con poca voglia e in rari momenti di piacere.
Io so che nelle mie vecchie vesti, sotto il buon auspicio del mio primo significante, avrei forse avuto più coraggio d’agire, ma ora sono Alonso Quijano. Sono solo.
Io so che non c’è limite alla possibilità creativa, ma so anche che questa è diluita, resa blanda dal consumo.
Io so che la poesia è finita, l’ho letto in Montale.
La poesia è inutile, inservibile.
Io so che i poeti stanno morendo di inedia, di sudice mani da stringere, di premi laureati.
Non scriverò più un solo verso. No. Al diavolo i buoni propositi, le ricerche metriche, la sintassi e il verso!
La verticalità giustifica ampiamente il crollo.
La ricerca continua di forme sulla pagine, il bisticcio verbale con il proprio dialetto, il Trecento, l’Ottocento, l’Avanguardia Dadaista, Fascista, Stalinista, Cristo, il Diavolo, l’Oppio – sono tutte parole vuote. La poesia e i suoi seguaci le hanno svuotate. Non sanno più, questi irosi, con chi prendersela.
Io Alonso Quijano, poeta del non ritorno,  ho interrotto i versi.
Non c’è Musa o Sirena che m’incanti. Non credo più a niente, perché non c’è più niente da credere, nient’altro su cui versificare lacrime, che non sia questa realtà bastarda.
Ci siamo mischiati, siamo divenuti silenziosi, credendo che il vuoto indotto, la paralisi di ogni nostro volere poetico potesse in qualche modo ridarci quella luce che incoronava l’eternità.
È tempo di smettere l’abito del pietoso, dell’indolente, del furioso.
È tempo di smettere gli elenchi.
Questa ingordigia consumistica mi dà il vomito. Conati su conati, ininterrottamente.
E voi, poeti di questo secolo, voi tutti, state nudi davanti ai miei occhi. Eppure non lo sapete, perché io ho scelto il silenzio al posto del frastuono delle vostre lingue che cospargono merda.
La vostra ricerca non è concime per la poesia.
E non siete voi, poeti moderni, cui  rivolgo il mio disgusto afono, coloro ai quali non si può mai nascondere la verità?
A quanto pare nessuno di voi ha imparato la più antica lezione di poesia: la menzogna.
Voi esultate se dividete il verso, se scrivete casa e intendete mondo, se liberate il cielo dai fantasmi della terra, per rifugiarvi là in alto a guardare l’umanità e compatirla.
Voi esultate per la Verità.
Ma questa ragazza tanto affascinate – donna par exellence – vi deride.
“Idioti” mi dice nei miei deliri “Idioti eunuchi! Questi quattro straccioni pensano di potermi conquistare con le loro smancerie retoriche. Rido di loro, Alonso, ma tu taci. Perché, maledetto misantropo, vuoi diventare la fogna dove scaricheranno le loro immondizie? Io mi offro a te, Alonso Quijano, perché tu mi possieda!”.
“Tu sei pazza!” le ho detto.
“E non lo sei anche tu?” mi ha risposto.
“Cagna! Vuoi imbestialirmi?” ho urlato.
“Fa’ silenzio! Non vedi quanto fai pena? Sei scarno e innocuo, mentre io potrei darti una forza sovrumana, se lo vuoi. E tu, Alonso il Porco, lo vuoi?” mi ha risposto storcendo il labbro.
“Vuoi che ti fotta? Vuoi essere penetrata? Vuoi partorire altri mostri?”.
“Sì. I miei figli sono tutti morti. I miei uomini si consumano dentro di me, ma io non so più godere. Io ti voglio, Alonso, ma tu sei di pietra!” e mentre lo diceva, quasi piangeva!
“Non m’incanti, puttanella! Ti piacerebbe vedermi strisciare ai tuoi piedi come tutti gli altri! Godresti nel sentirmi implorare per una goccia dei tuoi umori uterini! Vai al diavolo!”.
“Sei uno stupido, Alonso Quijano. Muori, pazzo, senza che nessuno ti consoli. Muori!”.

 Io sono Alonso Quijano, non ho intenzione di farmi inculare dalla verità!

 

Alonso Quijano