Into The Wild

Posted on 29 luglio 2010 di

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Into The Wild” non è solo il miglior film che Sean Penn abbia diretto, ma forse il migliore che egli abbia mai visto, bello, talmente bello che non dovrebbe vincere nemmeno un oscar.

 

La storia è tratta dal romanzo di Jon Krakauer Nelle Terre Estreme”, ispirato alla reale e tragica avventura on the road di Christopher McCandless che dopo il college, nel 1990, mollò affetti e agi per affrontare un lungo percorso fisico e spirituale con destinazione Alaska. Dopo due anni di vagabondaggio egli, già nelle terre selvagge, s’imbatte in un bus magicamente bloccato nella neve, e alloggia lì fra letteratura e serena solitudine. Si capirà che la vicenda da mettere su schermo è ostica perché bisogna rendere allo stesso tempo il viaggio ricco di avventure per giungere in Alaska, e il lungo periodo di accampamento presso il magic bus. Così Sean Penn, al quarto lavoro da regista, adopera il montaggio con grande efficacia e segmenta la storia ambientando nel tempo presente la residenza al bus, su cui poi innesta i vari capitoli del percorso che il giovane ha compiuto. In questo modo si ha la sensazione che Christopher stia per tutto il film nel bus, e gli spensierati squarci del passato contribuiscono ad alleggerire e variegare la narrazione mantenendo alta l’attesa per l’esito. In questo è preziosa l’interpretazione del giovane Emile Hirsch, a suo agio nel riso e nel pianto, ma che è bene si metta in testa che, pur avendo appena 22 anni, dopo un ruolo così intenso la sua carriera non potrà che essere già in fase calante.

La faccia del protagonista si vede relativamente tardi: la camera la sfiora lateralmente lasciandola fuori campo, al centro c’è un pino, una vetta, una vallata di neve, un’aquila, metafore (e anche meno) del ruolo attivo che la natura svolgerà nel film. Poi progressivamente il personaggio del ragazzo emerge, e proprio l’impatto con la natura lo aiuta a staccarsi dallo stereotipo dell’anticonformista. Egli ci si perde negli arbusti, svapora sotto il sole del deserto, sprofonda stivali nella neve, ogni volta sottraendosi alla camera, ma così facendo acquista dimensione e spessore sulla scena: la natura spiega l’uomo in virtù della resa o della resistenza che costui le porge. E chi è quest’uomo? Un novello Alessandro Magno – Chris decide di chiamarsi Alexander Supertramp (Alessandro Supervagabondo) – che asservisce il coraggio all’ambizione, che vuole la vetta, e poi quella dopo. Un novello ma antitetico Robinson Crusoe che sceglie la solitudine senza naufragio ma che naufrago finirà. È un uomo, Chris, che avverte l’esigenza di misurare se stesso attraverso i propri passi e la capacità e la forza di desiderare, un uomo che vuole tornare alla condizione più antica e autentica, al rapporto con la pietra dura. Senz’altro il rischio è quello di cadere nella facile critica al consumismo, alla società occidentale, ai suoi rapporti ipocriti (su tutti quelli in famiglia) ma Penn si tiene leggero sul punto, lascia che siano le immagini a dire… Chris scenderà in kayak le rapide del Colorado, toccherà il Messico (“perché ognuno in cuor suo ha un’amante messicana”), abiterà la comune hippy di Slab City arrivando in nome del suo destino a rifiutare l’amore, e prima di puntare il nord solcherà per un attimo la città di Los Angeles: lì le immagini saranno sincopate come la musica. Vista e udito soffocano. Chris vede se stesso come avrebbe potuto essere, e scappa via: deciso: ribadito: Alaska.

Nel suo viaggio c’è l’America, quella degli spazi larghi, quella delle umanità senza cravatta ma con più sangue nella giugulare, l’America dei reduci di guerra, di chi campa con poco, di chi campando con poco ha il tempo di ascoltare se stesso e gli altri. È un’America idilliaca quella di Sean Penn, come idealisti sono i tipi con cui Chris entra in contatto, ciascuno con una propria storia fatta di errori e virtù. Come errore e virtù è Alex Supertramp, che nella misurazione di sé farà come Alessandro, quello Magno, e il film si spegne in un finale ove suono e immagine entrano in una tale sintonia che quasi sembrano essere emanazioni l’uno dell’altra, un finale di straordinaria potenza espressiva che è un miracolo emotivo.

Sean Penn l’ha fatta grossa. “Into The Wild” è ottima opera d’arte, e se gli adolescenti d’oggi stessero attenti questo film potrebbe significare molto, perché ha quell’anomalia scorretta che solo ai più audaci riesce: la potenzialità di migliorare le persone, di spingere alla riflessione con grande semplicità, di formare… però nelle sale è già uscito “Scusa Ma Ti Chiamo Amore” di Federico Moccia, e gli adolescenti saranno ormai ipnotizzati dal modello Malibù Stacey.
Ah, Lisa Simpson dove sei?


Ciro Monacella
da Libmagazine