Harvey Milk, o ogni minoranza

Posted on 29 luglio 2010 di

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Sean_Penn_as_Harvey_Milk_by_GreenWhimsy

Harvey Milk, eletto nel 1977 supervisor (consigliere comunale) a San Francisco, è stato il primo gay dichiarato a raggiungere e occupare una carica istituzionale del paese che oggi ha il primo nero alla white house.

 

Gus Van Sant si ritrae. Nasconde le vibrazioni algide del suo occhio di “Paranoid Park” ed “Elephant” per focalizzare l’attenzione sul tema centrale che è oggettivo e trasversale alla collettività narrata e a quella che spetta il film, ma che non può dunque non essere intima. E lo fa bene, Van Sant, e ci riesce. Perché è dai tempi di “Will Hunting”, passando poi per “Scoprendo Forrester”, che non si aveva l’impressione di godere di scarni e smussati riflessi del regista, di colpi distratti e istintivi di palpebre forse stanche, sacrificandosi allora in nome di un tema più ampio. Un intento più forte della semplice denuncia dell’inspiegabile. Una volontà d’illuminare.

E allora il tema. Per quanto oggi risulti proficuo attenersi alla faccia ricca dell’omosessualità – e ai visini splendidi di Emile Hirsch, Diego Luna, o James Franco – bisogna tornare agli anni settanta e considerare Harvey Milk come portavoce di un movimento che come ogni minoranza debole lottava innanzitutto per conservare dei diritti civili minacciati, che lottava per una presa di coscienza collettiva, per l’unità che rafforzasse e indurisse gli individui persi, o deboli, o morenti. Anzi, ad essere cinici, non è innegabile una sufficiente dose di opportunismo politico nel gay più adulto, più intraprendente, che offre prima protezione sociale ai giovanotti deboli, e poi ne chiede il voto. Ma si tratta di politica, cioè di uomini che intuito un bacino lo spremono per raggiungere il potere. Lo stacco fra la cattiva e la buona politica è da sindacare solo in seguito, nel momento in cui cioè il bacino si sente tutelato oppure tradito dal proprio rappresentante. Ecco perché di Milk non si può mal pensare. Ma ecco anche il motivo per cui il film, con la tragica vicenda del consigliere assassinato, non può essere rapportato al presente eccezion fatta per certi bigottismi faciloni allora quanto oggi – ad esempio la propaganda puritana della cantante Anita Bryant, avallata dal senatore della California Briggs, che nella sostanza e nella forma fa il paio con le farneticazioni omofobe e altamente discriminati del boss della più antica pars politica italiana, Joseph Ratzinger.

E ancora, se il tema è la difesa dei diritti di coloro che, in minoranza, sono incapaci di tutelarsi da soprusi di qualsivoglia natura, è chiaro che l’attuale realtà della comunità gay non potrà rispolverare la vicenda Milk se non per considerarla alla stregua di un sacrificio fondante, di un atto strettamente cristiano che è alla base, in un passato lontano, della formazione della coscienza del movimento. Perché, sia chiaro, un movimento che – in maniera certo meno ruspante, folkloristica o fanciullesca, ma molto più capace di aderire alle leggi del sistema economico – non lotta più per conservare le proprie libertà, ma per guadagnarne di nuove mentre nel frattempo monopolizza di fatto, ma probabilmente senza averne pieno controllo, la pubblicità occidentale e vari settori economici ad essa collegati, non è più un movimento di minoranza in virtù del potere di seduzione che ha raggiunto. Ovvero, se la maschera omosessuale occorre allo stilista etero per garantire al mercato l’efficienza della propria arte, e se il cantante pop mima movenze effeminate per rassicurare il pubblico sulla sua apertura sessuale o sulla sua sensibilità, e se il modello maschile propinato dai media ha i muscoli artificiali e le sopracciglia smagrite e le cosce depilate, vuol dire che qualcosa è cambiato. La minoranza da tutelare è altro, oggi. Gli invisibili sono altri.

Sono quelli che non rientrano in nessuna categoria. Quelli al margine delle indagini di mercato: quelli cioè che per il sistema capitalistico non sono utili, e che non esistendo per la pubblicità che ne è il braccio armato forse non esistono affatto. Con un pizzico di pepe e sarcasmo possiamo dire che le Amelie del film di Jeunet, le sognatrici, sono una minoranza; che le donne che si pettinano da sole lo sono; le donne che vogliono partorire prima di lavorare lo sono; gli uomini che non si riconoscono né nel macho né nella checca, lo sono; o che addirittura i brutti oggi sono i deboli e minori culturalmente – a questo proposito si confrontino le fotografie dei veri protagonisti della vicenda Milk con i volti degli attori che li hanno impersonati: per quale urgenza gli attori sono tutti belli? Ecco, appunto. E diciamo allora, questa volta senza pepe, che la minoranza da tutelare è ogni minoranza che non sa di esser tale o che non ha il coraggio di ammettere il proprio disagio. Ora, solo ora, il Milk di Van Sant gira la giusta chiave: se ogni minore esce allo scoperto, se si imbastisce una catena di mani, prima o poi si diviene fronte. È chiaramente un discorso generalista. Ma proprio per questo è potente. I poveri, ad esempio, una maggioranza minore, quand’è che hanno smesso di parlare, di lottare, di unirsi? Quand’è che il pudore gli ha afferrato la gola e stretto la faringe? Forse quando il modello consumistico ne ha minacciato l’esistenza? Forse quando il valium dell’american dream ha preso a diffondersi anche nella vecchia Europa? Forse quando il comunismo li ha stuprati e abbandonati? Forse quando la carità ecclesiastica da carità per l’ecclesia è diventata carità per gli ecclesiastici?  

Chiesto questo, nell’incapacità di risolvere la bieca questione, torniamo alle bellezze del cinema, al sogno, alla realtà aggiustata. E ammiriamo Sean Penn, il migliore attore americano, che ricorda De Niro solo nello smisurato controllo della mimica facciale, ma che lo surclassa quanto a capacità di crescita: come fosse egli un vino e l’altro un’aranciata, Sean Penn invecchiando riempie la sua faccia di argilla e schegge di piombo con pensieri alti, mentre De Niro gioca al poliziesco d’ospizio con Al Pacino o alla comparsata celebrativa ed eucaristica nei filmetti in cui investe i propri quattrini. Sia chiaro che De Niro, anche grazie alle mani di Scorsese, è stato immenso. Ma è evidente che Sean Penn, senza le mani di Scorsese, lo è già altrettanto. E in questo finale di Milk, nella scena dell’assassinio in cui torna per pochi istanti il miglior Gus Van Sant, quello che spegne la luce e inonda il personaggio di un flusso fluorescente che cade dall’alto e che scolpisce pochi riverberi in un mare d’ignoto, Sean Penn raggiunge picchi emotivi che solo lui negli ultimi anni, da regista di “Into The Wild”, era riuscito a procurare.

 

Ciro Monacella     
da Libmagazine