Il vortice della vita non è così asciutto

Posted on 28 luglio 2010 di

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cinema

“La signora della porta accanto” (1981), penultimo film di Truffaut, è la narrazione in linea della passione di due ex-amanti che il fato vuole vicini di casa ad anni di distanza dalla conclusione della loro unione, proprio ora che ciascuno è felicemente sposato. Non è né un thriller né una semplice storia d’amore. Lo chiamiamo thriller d’amore e non melodramma solo perché quest’ultima parola ha connotazioni sempliciotte e negative che poco s’accoppiano al nome di Francois Truffaut. Questo nome che riempie la bocca acriticamente. Ma di cosa la riempie? Il senso della domanda è: il nutrimento che lo spettatore ne ricava è tanto sostanzioso quanto la fama e la pienezza del nome – Fvansuà Tvuffò – promettono? “Senza amore non si è niente” dice la protagonista divorata dalla passione. Una passione pittata con quell’insolenza minimalista che chiede alla decifrazione del codice i criteri per la definizione della sua intensità, cioè: tanto letale, tanto integrale, tanto inoppugnabile quanto secca, asciutta, striscetta di moda. Ed è solo in virtù di tale moda che lo spettatore sa riconoscere il seme del significante, e gli è perfino concesso di sentirsi leggermente tradito o dimezzato per non saper condividere l’occhio senza liquidi del regista: bizzarrie della grandezza autoriale – Fvansuà Tvuffò! – che si posano sulla costruzione di un mondo piccolo da leggere col microscopio, e che solo per contrasto fa grande l’ideatore rimpicciolendo tutto il resto. Un cinema di distanza il suo. Che muove le ginocchia alla velocità del romanzo ottocentesco, nitido e caduco, logico, chiaro e classico, ma ottocentesco: distanza anche di soglia e di sguardo. Tuttavia l’apparente coerenza del mondo narrato in questo thriller d’amore è costretta alla dialettica proprio quando ce la saremmo immaginata tutta lucente e soddisfatta. E l’interlocutrice altra è una forza selvaggia dal sapore neoromantico assai meno governabile del circolo di tennis e delle graziose casette fuori Grenoble, ma altrettanto artificiale perché i personaggi di Tvuffò non hanno lo spessore per vivere interamente. Siamo arrivati alla più incolmabile distanza fra l’occhio del regista e l’occhio dello spettatore: se all’attenzione e alla voglia d’assistere a una bella storia – lo spettatore ha, come vedete, un suo spessore – sottraiamo l’attenzione e la voglia dei personaggi di vivere una bella storia il risultato sarà un numero negativo. In altre parole un passo indietro. Questo perché i personaggi del film hanno l’egotismo insopportabile dell’assenza di fame (“‘a capa fresca” si direbbe dalle mie parti), hanno il vezzo borghese di riempire di specchiate di sé una vita che non saprebbero riempire di interessi accrescitivi. Hanno tutto o quasi tutto, e non sapendo cos’altro volere scelgono di chiedere indietro pezzi di sé lasciati nella giovinezza. Il “lui” non vuole altro che scopare, diciamola chiara, non sa altro che fottere, e d’accordo che sarebbe l’anima pulsante della passione, la sua traducibile forma fisica, ma tutto il moto irresistibile che lo attraversa ha il respiro corto. La “lei” invece sa fingere molto bene di portare sotto la pelle un qualcosa di prezioso, ma il suo vezzo borghesuccio è ancor più seccante perché gratuito – è lei che spicca dai sassi le scintille, con dedizione maniacale, manicomiale – e poiché appare restia alla partecipazione fisica senza limite – forse in ossequio a un barbaglio d’affetto per il vecchio marito – è donna piccolissima e frigida, e proprio in quanto tale si veste da puttanella accalorata. La loro storia procede per salti emotivi inspiegabili (la scena del bacio al supermarket è, a nostro avviso, un errore non tanto per lo svenimento di lei quanto per l’improvviso cedimento di lui fino a quel momento sicuro di sé… : cioè, caro Fvansuà, un segno, un indizio, un qualcosa tu devi lasciarcelo per strada sennò poi pensiamo allo svarione). E procede ancora, la storia, nel distaccato osservare degli avventori del circolo di tennis e dei compaesani tutti, gente che sa assistere alle risse, ai tradimenti, alle presentazioni di libri per bambini, con la stessa faccia di marmo. Da spettatori interni che non hanno lo spessore per reagire. Ma ormai non ci meravigliamo più: il vecchio marito di lei non sa nemmeno viversi la sua gelosia e concede e concede proprio come quell’altro penoso stralunato di “Jules et Jim”. Parliamo di polso che sbatte, qui, non di concetti d’intelletto. E di fronte a questo l’amore non basta più a risolvere tutto (come, appunto, anche in “Jules et Jim”), no, sarebbe troppo asciutta la vita, sarebbe anche incongruente la storia stessa perché non riusciamo a spiegarci per quale motivo due amanti travolti così assolutamente non mollino tutto e vadano a quel paese assieme. “Senza amore non si è niente”, si e ci ripete Truffaut, come a stendere il segreto dei suoi film. Forse che senza amore lui, Truffaut, non sarebbe niente? Poi sì, c’è qualcosa di ironico, bollicine di soda. In “Jules et Jim” c’era una ragazza all’inizio del film che rincontrata per caso a metà film racconta tutte le meravigliose peripezie che ha vissuto proprio mentre noi invece ci si ammorbava su un sopracciglio che si flette, o su una boccuccia che promette ma non lubrifica; così in questo c’è la narratrice poco propensa a parlare della sua vicenda amorosa che vent’anni prima, in un tentativo di suicidio, l’ha segnata permanentemente nel fisico. Il regista cioè insinua che avrebbe anche potuto essere più fantasioso e/o ardito, solo ha scelto un oggetto più intimo, minimo, più asciutto. È allora un’ironia che riflette su se stessa, si chiude, si accerchia e gira già adempiuta come un piccolo quadro che fotografa la scena più significativa del film, e che c’era già dall’inizio come una sanzione. Notevole, ma autoerotico e sfacciatamente intellettuale. Così il vecchio binomio eros-tanatos resta puramente concettuale per tutto il film per poi esplodere in una conclusione fisica, vaginale, che inevitabilmente stride con tutta la melassa che l’ha preceduta. Strano a dirsi, ma questo film alla fine prende le distanze anche da sé!

Ciro Monacella
da Libmagazine