Astensionismo come artiglieria

Posted on 22 maggio 2010 di

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pigpolitik

La furfanteria con cui i politici facenti capo a fazioni avverse si dilettano di scherma in pubblico procurandosi punture dalle finalità propagandistiche è smascherata, e ne assume nuova e veridica proporzione, dalla buona disposizione che costoro, pur formalmente avversi, si scambiano nel partecipare ad affari e spartizioni che è bene restino occulti.Soprattutto nei confronti della platea televisiva l’inimicizia, brandita come un’idea e al contempo spinta al limite del rancore personale, svolge la funzione propria delle maschere: al tratto pesante, o caricato appunto, corrisponde un tipo civico dalle certe fattezze, il quale a sua volta, più che rispondere, ha l’onere – dettato da un senso di correttezza verso la propria coscienza storica, dunque un onere percepito come alto, e talmente alto da non essere percepito affatto – di rintracciare nella maschera i caratteri che lo rappresentino. Si dà per ovvio, intrinseca nella funzione teatrale del trucco, che nascosta da maschere di opposto colore ghigni identica mimica. Il tal modo si perfeziona – poiché reso estremamente naturale, cioè proprio della natura dei soggetti che vi agiscono – un progetto disperato teso a prolungare a tempo indeterminato l’ultimo rantolo di una classe politica che ha saputo reimpostare se stessa, caduta la secolare contrapposizione fra spirito liberale e spirito democratico, convertendosi in un invertebrato e onnivoro amalgama (giusto per usare una parola di moda).
Ogni inasprimento di tono dialettico, ancorché declini nei tempi più recenti verso un malizioso gioco d’osteria, ha l’esito formidabile di marcare territori politici fondandone i termini non più su scelte ideologiche e opinabili e certe, ma su ragioni di una sympàtheia non tanto istintiva, individuale o intima, quanto pubblica, manierata, istituzionalizzata. Un gioco, s’intende, dal quale non sottraendosi nessuna parte politica, poiché gli uni traggono identità dai vizi degli altri, può essere definito senza esitazione come politica del vizio.
L’efficacia di tale sistema risiede interamente nella capacità che esso ha di riuscire ancora a stimolare una, benché minima, partecipazione della cittadinanza alle sue logiche, le quali tuttavia non sono più positive, ma negative. Ciò che infatti si propina è la cancellazione di eventuali mali annidati nella parte avversa indipendentemente da quanto la propria parte sia in grado di produrre quando non, addirittura, di promettere. Ad esempio, le sequenze di dichiarazioni che l’informazione nazionale offre, con distrazione nel mittente pari solo a quella del destinatario, riescono a celare la distrazione stessa del messaggio attraverso l’autorità del canale comunicativo. Ma quando centellinate, tali dichiarazioni, non serbando nella propria forma alcuna potenza produttiva, svelano la loro fastidiosa consustanzialità con una cultura del pettegolezzo che ha l’effetto mirato di stordire oppiaceamente l’elettorato, di istigarlo, di ravvivarne antipatie di classe o desideri di rivincite sociali e culturali. S’evince con chiarezza che l’unica ragione di sopravvivenza di tale meccanismo va ricondotta alla partecipazione elettorale: ciò che in teoria fornisce legittimità rappresentativa, nel momento in cui i metodi con i quali essa si fa disponibile sono ben attigui a un certo basso istinto scandalistico che schiuma dalla società dello spettacolo e dal voyeurismo popolare, giunge a legittimare il gioco stesso prima che i giocatori.
Ma il gioco ha una natura elitaria almeno quanto l’élite ha una natura effimera poiché estremamente relativa: cioè essa è, ed essa s’erge, in virtù dell’esistenza di una maggioranza che le soggiace in sostegno. La crepa nel sistema ludico-politico italiano va quindi individuata nella sua incapacità di presagire come la maggioranza che la legittima (sia in quanto élite che in quanto rappresentanza elettorale), una volta resasi conto del vortice di raggiri a mezzo del quale i suoi orientamenti vengono manipolati verso una parte di nebbia piuttosto che la sua contraria, possa decidere di ribellarsi alla nebbia stessa, al gioco, al divertissement, adoperando – e paradossalmente smettendo di farne uso – l’unica arma che abbia il potere di danneggiare effettivamente ciò per il quale la sua presenza è richiesta: l’esercizio del diritto al voto.

 

Ciro Monacella
da Libmagazine del
22 dicembre 2008