La solitudine di Alonso Quijano – 8 maggio 1977

Posted on 13 maggio 2010 di

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Quijote

Diario

8 maggio 1977

A casa. Solo.
Nelle stanze al piano inferiore il rumore di chi vive, il respiro di chi fuma.
Io sono Alonso Quijano, poeta misantropo.
Mi sono rinchiuso volontariamente dentro me stesso e questa camera è la mia anafora. Ogni guscio che ci costruiamo è un’anafora, una ripetizione del gesto di vivere, della possibilità che questo gesto si perpetri nel tempo. Tutto quello che vogliamo è che questo mondo duri, perseveri e, soltanto dopo che siamo morti, muoia!
Qui dentro tra questi muscoli e le pareti di cemento, solo, sono Alonso Quijano. Al di fuori del guscio il mio nome è così banale, che non voglio neppure ricordarlo.
Dopo che il Sole ha tracciato il suo corso, dopo che la vita ha superato un’altra stagione, dopo la caduta e il risveglio, esiste ancora una piana sconfinata solitaria labirintica piena di specchi paterna meschina diabolica… dove perdersi.
La solitudine costa cara e il guadagno è la pazzia.
Com’è che si diventa soli? Com’è che dopo tutto l’affetto che abbiamo ricevuto dai familiari, sentiamo il peso dell’esistenza? Perché l’esistere deve essere così caro? Forse perché morire è in saldo. La morte non si vende bene come la pazzia, la solitudine, l’ignavia, il disprezzo.
Io non sono pronto a morire, preferisco ancora trascinarmi, strisciare i piedi piuttosto che marciare. Non ho imparato un bel niente da tutto ciò che ho studiato.
Io non sono adatto alle scalate, ho il fiato corto e fumo. Lasciatemi in pace.
Sì, in pace, ho detto bene. Questa è la pace: il niente.
Eppure c’è stato un momento in cui avrei preferito trovarmi su un campo di battaglia, a vedere scorrere fiumi di sangue e magari morire da soldato, con onore, con virtù.
Ma ora non mi va di vendere il culo per questi quattro froci che siedono comodamente su poltrone di pelle e comandano eccidi dalle loro sedi parlamentari. Su di loro non pesa la solitudine, loro hanno i soldi per comprasi la felicità e il rispetto.
Io, Alonso Quijano, poeta misantropo, odio i soldi.
Li odio, perché distruggono i buoni, perché mettono a tacere le gole ardenti e comprano i culi di quelli che non sanno che farsene della voce.
Dal mio ritiro volontario osservo ciò che accade, e sempre più spesso mi viene da ridere. Eppure non c’è gioia, ma sadismo, invettiva e masturbazione. Il riso del prostrato, addolorato e mai sazio nichilista.
Si, io Alonso Quijano, sono un nichilista. Perché qui non c’è niente che valga, non c’è niente che sia provvido, sostanziale, necessario. Qui – e con lo sguardo vago oltre la finestra – ci sono soltanto il cielo blu irraggiungibile, vasto, profondo, mimetico, impressionistico, realista, senza-Dio.
E non venitemi a dire che tutto ciò cambierà. La natura non cambia se stessa, può evolversi, ma ci vuole tempo e continue morti. Quindi, per dirla con le parole di un francese, continuate a morire.

A casa. Solo. Indispettito, bestemmio.
La poesia, mi dico, è un mestiere di merda. Non c’è sollievo, non c’è rispetto.
“Chi credi di essere, Alonso? Che cosa credi di fare?” la mia coscienza mi prende in giro e ride di me. Io non ho il coraggio per risponderle… mi sembra che abbia ragione, che sia tutto vero ciò che dice.
Al diavolo la poesia! Al diavolo tu, Alonso Quijano!
Sì, al Diavolo! Lui si che ti accoglierebbe con gli onori che ti spettano. Perché non è detto che chi non ha onori qui, ora, per i proprio meriti, non debba averne per vie traverse, contrarie, distorte.

Io Alonso Quijano, poeta misantropo, surrealista per ascendente, non voglio.
Io Alonso Quijano, che mi sono imposto questo nome, non voglio.
Io Alonso Quijano, amatore di donne lascive, impietosito dalla loro natura ingorda, non voglio.
Io Alonso Quijano, ostetrico dell’avvenire, non voglio.
Io Alonso Quijano, misogino per destino, non voglio.
Oh il Destino, la Grande Mano, il Piede di Dio, la Frusta e la Carezza!
Una volta, nell’adolescenza, credevo. Sì, credevo! Eppure… m’illudevo. Quando poi ho capito l’inganno, ho pianto, ho urlato che tutto questo non poteva essere vero, che la verità deve pure esistere da qualche parte… ma l’evidenza, l’estetica, il fatto sono innegabili.
Un volta, prima che cominciassi a ripetere i miei esperimenti, avevo la forza di dire sì alla vita, di non volerne fare un cumulo di morti ingiustificate, di segni atrofici… eppure è accaduto. Questo significa che dove non arriva la volontà c’è sempre il Destino.
Oh il Destino, la Volontà a tutti i costi, l’Assenza di pietà, il Meridione, la Luce!
Io Alonso Quijano, poeta del disgusto, non posso essere un musico.
Io Alonso Quijano, poeta fecondo, non posso essere un padre
Io Alonso Quijano, venditore di illusioni, non posso essere libero.
Io Alonso Quijano, mastubatore di eccellenza, non posso godere di una donna.
Io sono Alonso Quijano.

La solitudine mi disgusta. Ne ho assaporata tanta, eppure non riesco a smettere. Sono drogato.
L’anafora è il presupposto di ogni solitudine. L’abitudine – il suggello. Io sono un perfetto solitario, eremita senza eremo, perché sto qui, tra quattro palazzi che mi tolgono il fiato, mentre tutto il resto – maleodorante ibrido di madre morta – gioisce del proprio annullamento.
Venite, uomini, venite a comprare la morte. Producete, distruggete, producete ancora, distruggete ancora. Incessantemente. Siate il popolo del dio denaro e della sua schiera di santi pedofili. E voi uomini potenti, mettete in mostra i vostri attributi, enfatizzate le palle e il cazzo! Godete della bellezza della gioventù, sfruttatela, inculatela! Ah, voi siete scaltri, maledetti perversi. Voi sapete che non si può torcere un capello ai giovani, allora avete inventato il lavoro, le riforme, le università, i principi immorali. Esultate potenti e impotenti, sodomiti attivi e passivi, il nuovo mondo è qui per voi.
Io, Alonso Quijano, preferisco la mia solitudine!

 

10 maggio 1977, a 

I topi oggi sanno leggere e scrivere.
Gioite per il Verbo dei topi.
E tutto quello che è stato giudicato doppio, è diventato infinito. E tutta la vostra facilità di giudizio, la pretesa di essere i buoni, di non poter contraffare la vostra parola, la fede – è diventato ancora legge!
Avete inteso che la forma non può prescindere dal reale, dall’universale visibile. Che in fin dei conti la Forma-in-sé è accattivante, ma poco remunerativa di questi tempi. Allora l’avete presa e come un sacco vuoto l’avete riempita di tutto ciò avevate sotto mano: cocci di bottiglie di Strega, una copia del Capitale, i corpi di tre o quattro uomini (badando bene a che fossero morti freschi), le armi scariche delle vostre guerre nucleari mai scoppiate, i Diritti dell’Uomo, la parità dei Sessi, l’ignominia delle vostre discendenze. E avete dato tutto questo in pasto ai topi.
I topi oggi sanno leggere e scrivere, perché voi l’avete voluto.
Voi i buoni e i giusti, voi che un tempo eravate osannati, perché riuscivate ad immolarvi per un causa, voi come tanti Cristo, voi che eravate la schiera dei rivoluzionari, la mente al servizio della mano, voi avete fallito, perché avete peccato, sì, signori miei, avete peccato di stupidità!
E tu Cristo, tu che hai dato l’esempio di come si muore, tu che hai predicato l’umiliazione a sfavore di ogni spirito forte, tu Cristo non hai vergogna? Sei davvero un rivoluzionario, bieco e macilento! “Costoro non sanno quello che fanno!”… ma lo stesso si può dire di te.
Gioite genti, la gloria del Signore dei topi sia con voi. La gloria imperitura di questa vita e di un’altra migliore, onirica, irreale, superflua.
Gioite perché non vi resta ancora molto tempo, i topi rodono le fondamenta del mondo, si infiltrano e predicano l’uguaglianza. Ma il diritto all’uguaglianza è diritto di morte.

Oh Alonso Quijano! Tu sei pazzo.

 
Alonso Quijano