Fantasia di Lippi

Posted on 12 maggio 2010 di

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Emotivamente per la generazione che crebbe bevendo le cose di Roberto Baggio, quando già Maradona era una contraddizione mistica, Marcello Lippi è stato solo il tramite per qualche euforia notturna nell’estate del 2006. Di fatti ciò che non gli si potrà mai perdonare è stato l’accantonamento del “divin codino” nella parentesi interista dei due, proprio quando Baggio, come le stagioni a Brescia avrebbero confermato, s’apprestava a realizzare la profezia dell’avvocato Agnelli («giocherà sempre meno e sempre meglio»). Come s’evince da “Una porta nel cielo”, autobiografia di Baggio, Marcello Lippi – el caudillo nella penna di Roby – ha recitato il ruolo del cattivo nell’epopea sportiva dell’ultimo dieci romantico.

Al suo sigaro ingombrante e vanitoso riesce del tutto naturale contrapporsi, da un posizione gerarchicamente favorita, alle ingombranti vanità dei fantasisti. Ovvero, la vanità del fantasista, il suo genetico istinto alla disobbedienza spazio-temporale e all’estetismo, è rigidamente al bando, con Lippi, tranne nel caso in cui non venga compensata da una straordinaria disciplinatezza tattica o, più curiosamente, caratteriale. Ecco come al tecnico viareggino fra i numeri dieci siano sempre garbati: il flebile cinguettio di Del Piero, specie se relegato sulla fascia sinistra (luoghi in cui la fantasia si svende); la robusta presenza di Totti, utile a lanciare di prima i contropiedi d’una squadra assai attenta alla fase difesiva; l’esplosività geometrica di un centrocampistino marsigliese che solo nella sua Juve è diventato il Zizou d’arc de triomphe.
Eppure, questo Italia-Montenegro che salda Lippi nella storia del calcio italiano permettendogli di eguagliare i 30 risultati utili consecutivi che Pozzo realizzò nell’Italia fascista, rappresenta in un certo modo una riconciliazione, e finisce per apparire, in maniera alquanto buffa, assai più significativa di quanto in realtà non sia, ma anche per essere, infine e per altre ragioni, più significativa di quanto appaia.

Già l’esser stata preceduta dalla vergognosa trasferta di Sofia – vergogna sociale per l’ottusità storica di certi nostri ragazzoni, e vergogna sportiva per uno zero a zero che è sempre fallimento dello scopo agonistico – tinge la partita di mercoledì di una certa luce calda. Ma è soprattutto nel rapporto fra Lippi e la fantasia che quel match ha suturato degli strappi confermando un percorso che già nelle precedenti uscite della nazionale si era delineato. Non già perché alle doppiette di Di Natale (fantasista à la Del Piero, in svendita a sinistra) contro Cipro, e di De Rossi contro la Georgia, è seguita la doppietta di Aquilani (che sulle spalle aveva proprio il dieci); e nemmeno perché Lippi si fa perdonare la cecità marziale (caudillo?) verso la bella turbolenza coatta di Antonio Cassano promettendo l’inserimento di Giuseppe Rossi (l’unico che nelle movenze ricordi il Baggio di sopra). È piuttosto nell’accoglimento di una evoluzione del ruolo di centrocampista, che interessa l’intera Europa, che Marcello Lippi mostra cedimenti nell’idea quasi di diga portuale che egli proponeva nei suoi impianti mediani. Nella sua prima grande Juve, ad esempio, il centrocampo contava solo rogna e corsa (Conte, Deschamps, Di Livio, Jugovic); e solo col pretesto della geometria, tra l’altro ben corrisposta da una grande tonicità muscolare, fu permesso l’ingresso di Zidane. Nell’Italia campione del mondo, nonostante alcune ostinazioni tecnicamente poco pronte ma di gran tenuta atletica che sopravvivono ancora e a ragione (quali Perrotta e Gattuso), la fantasia era stata determinante con il Pirlo, ex-dieci arretrato già da Ancelotti nel Milan, con il Grosso, ex-ex-dieci che gioca terzino sinistro, con Camoranesi ex-dieci ed (ex-argentino!) che gioca sulla fascia destra (dove ormai sappiamo cosa si svende).

Ora però accade, anche e soprattutto a causa della indisponibilità di alcuni uomini e della scarsa forma di altri, che Lippi schieri il solo Gattuso a mordere, perché De Rossi, Aquilani, e il Montolivo usato con la Bulgaria, rispondono ad un tipo di centrocampista moderno che sappia abbinare alla facilità di corsa, e ad una eccellente capacità d’interdizione, notevoli doti offensive sia nelle conclusioni a rete sia nella gamma tecnica dei possibili assist. Un po’ quello che accade all’Inghilterra di Capello con i vari Lampard e Gerrard – che è poi quanto ha permesso alla Spagna organizzata ma anche, e meravigliosamente, vanitosa di vincere gli europei.

Allora benvenga questo Lippi, più maturo e politico, più saggio e più furfante, che promette Rossi ma lancia Pepe, che sventola i giovani ma consacra i vecchi, che difende ma sembra attaccare, che innesta, che manipola, che pur essendo il tipo che avrebbe potuto motivare i calciatori commemorando la battaglia del Piave (come faceva Vittorio Pozzo) sa trarre dagli atleti convinzioni altrettanto epiche pur senza nazionalismi. E non si sa come, e non si sa perché, giacché il caso ha quanto il cuore certe ragioni che la ragione disconosce, Marcello Lippi finisce sempre per sembrare l’uomo giusto al posto giusto.

Escluso il peccato originale… quella mela, quel Baggio che ci sottrasse.

 

Ciro Monacella
da Libmagazine del
20 ottobre 2008

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