“I figli, si sa, quando crescono dimenticano”

Posted on 6 maggio 2010 di

14


Philosoph

Nei cortili ed al di fuori delle Accademie si vocifera che il discorso filosofico sia stato bandito dalle dimore dell’essere, che la ragione l’abbia tradito per un amante più giovane e redditizio. Dall’altra sponda, però, i superstiti del logos si ostinano ad appoggiare la tesi dell’esilio volontario : ella, la filosofia, avrebbe scelto la via del deserto e del silenzio per redimere la propria arroganza; ed essi, gli ultimi filosofi – i Vattimo e Cacciari, Severino e Galimberti – pudichi ed obbedienti avrebbero accolto con sollievo tale sgravo d’oneri. Che si voglia confidare nei primi o negli altri, un motivo solido li accomuna: en un momento dado il discorso filosofico sarebbe caduto in margine rispetto alle cose del mondo, come smarrendo  sfrontatezza e  buona coscienza – la  ragione, appunto. Come, ci si chiede? Quando?
Ora, c’è una storia di due filosofi contigui che sembra descrivere, a colori, l’esilio di cui prima, fin dentro le sue ragioni.  Il suo punto focale è un tradimento.

 Quando Heidegger scrive, in “Essere e Tempo”, che l’epoca dei sistemi è finita, la salute di Nietszche s’è spappolata da più di vent’anni – non è detto che la filosofia sia una pratica salubre. Come che sia, nelle radure dell’essere i due si frequentano, discutono, si fraintendono. Lì, in effetti, sboccia una relazione che è stata letta da alcuni come l’amore mitico del padre verso il figlio – dove questi, il figlio, si agita, sviscera il segreto, tradisce; e l’altro, il pastore svevo, Heidegger, carezza perdona e condanna, ed infine tace in auscultazione.
un’idea sfuggita ai capienti baffi di Nietzsche prende la scena, imponendo all’orchestra di seguire: dio, ragione, verità, essere, nient’altro è se non produzione fisiologica del vivente – e l’orchestra, di rimando: andante imperioso, pathos dell’eremo. Il segreto: nient’altro. E la parola, la voce con cui il vivente, fin dall’inizio produce tale nient’altro, è una maschera – finzione, accidente, terra. Tutto da rifare, idiota chi c’ha creduto.
Ma il padre di rimando, ad arroganza non risponde con omertà: condanna il segreto  e chi l’ha svelato, a voce alta, in pubblico. “Cosa c’è di più vicino all’eterno ritorno del ciclo produttivo seriale, lo stupro della cosa?”, dice, “il pensiero del figlio – nient’altro – annuncia  la fine del padre e di ogni creatura: non segreto tradito ma  sintomo.” Eppur perdona, non il pensiero ma chi l’ha svelato: “il figlio è  la voce del tradimento, non la sua causa” – e come tale prende parte alla commedia dello spirito: tra l’angelo e Giuda, un ruolo glorioso. Ed inoltre dispone, il padre, rimedi: castrare l’arroganza, non volere, eppur pensare, ringraziare – “denken ist danken”-;  rimasticare, giustificare l’errore del figlio – non il tradimento, ma la sua causa – dimostrarne  la necessità e la prospettiva :“quando il pericolo è imminente, cresce anche ciò che salva”; tornare, redimere la distanza che separa da ciò che è proprio.
Ma  d’improvviso, notturno, il dubbio: e se invece il segreto fosse tale? Se non vi fosse che  finzione, accidente e terra – e con ciò, tutto da rifare?

Così, ai superstiti del logos non rimase che un bivio: nient’altro, da un lato, ed una buona ragione per tacere, dall’altro;  agli avventori nei cortili, invece, la voce.  Il margine, insomma, il sipario pressoché andato.
Con ragione oggi si cerca di rinvenire l’orizzonte e l’ordine delle cose del mondo nei mercati finanziari più che nei simposi: poi che come un transfert di sfrontatezza s’è  perpetrato, in direzione d’un discorso sfondato – il  cui fondo in motion non ha tempo di guardarsi dentro.
Ciò può voler dire due cose: che il regno delle banche è duraturo ma non eterno;  che la ragione  della sfrontatezza non è più quella di una volta, ha perduto argomenti senza intaccarne il tono muscolare. E ciò, pare, per via d’un certo nient’altro. Parola del padre.

 

Alfredo Zucchi
da Libmagazine