Era de’ maggio

Posted on 3 maggio 2010 di

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In francofonia, de maggio, non si bada a spese, non si resiste a spendere parole – madeleines, con Proust – d’ossequio alle maschere del maggio 1968; e giù moli torrenziali d’interventi ed interviste a chi c’era, a chi non c’era e avrebbe dovuto esserci, a chi ne è nato posticcio e tuttavia non ha inteso dove. Un festival glamour : pare come poco ironico che Cannes si celebri nello stesso periodo. Ed in effetti, a non analizzare che alcuni esiti di tale maggio – rivoluzione in utero – si viene ad una conclusione: la fine della storia, il trionfo del capitalismo liberale che fa della propria antitesi – i rimasugli violenti e goderecci della critica marxista del capitalismo industriale – la sua tesi definitiva, via il progressivo annientamento delle barriere tradizionali – la religione, l’etica del sacrificio, lo stato-nazione, i bavagli sessuali, il pater familias e sua mater, la cultura stessa quale sede ascetica degli universalia -. E tali esiti sarebbero, secondo una tradizione quantomeno fondata: la mondializzazione, il culto del denaro demiurgo, l’emancipazione del piacere dall’arte del godimento. Rigore vuole però che prima di abboccare agli esiti si dia ascolto ai sintomi; così, se ci si chiede perché “era de maggio”, si deve quantomeno interrogarne gli attori.

Daniel Cohn-Bendit, oggi capogruppo dei Verdi al Parlamento Europeo e dei sopravvissuti il più illustre, rilegge gli eventi di cui si celebrano i quarant’anni come una rivoluzione democratica necessaria ed ironica: pur tradendo il suo obbiettivo dichiarato di distruzione di ogni sistema, essa infatti reinterpreta, potenziandolo, il principio delle libertà civili, ponendo il diritto al godimento alla base di ogni di ogni costituzione, dal lavoro alla politica, dal sociale al sessuale. Jean-Marc Ferry invece, filosofo e sessantottino astenuto, ne cita uno slogan: “i diritti umani sono la vasellina per inculare il proletariato”. E citandolo ne evidenzia precisamente tanto i limiti etici, come un segno dell’ironia tragica per cui dietro il significante diritti umani si nascondono profitti multinazionali e guerre di civilizzazione; quanto quelli strutturali, come un incapacità di pensare un modello di società giustificabile, il trionfo del decomporre sull’abitare. Eppure non si è ancora arrivati al dunque – errata corrige, al perché – di tale maggio. Ora, il secolo venti ha visto pochi italiani illustri, tra questi Pier Paolo Pasolini e Fabrizio De André: possa la loro distanza dai fatti – geografica, gerarchica – essere luce. Negli ultimi anni di vita Pasolini ha osservato l’evoluzione – absit iniuria verbo – della società italiana dalle secolari forme rurali al patto atlantico : tra le testimonianze lasciateci – memorabili i suoi rari interventi in televisione – un’opera spicca, gli “Scritti Corsari”, raccolta di saggi brevi e affilati. Tra questi un breve testo solidale con i poliziotti che difesero l’ordine pubblico contro la rivolta dei puffi, i figli di papà coinvolti nei moti del maggio. Qui la necessità di tale rivolta è capriccio del benessere; i mezzi suoi propri sfondano cultura e civismo, ne sono privi poiché contro di essi tale rivolta trova senso. L’intimo legame tra emancipazione e dissoluzione appare. Da premesse contigue De André, in “Storia di un impiegato” sviluppa il tema bifronte della rivolta – necessità e capriccio – quale percorso individuale, iter ad sensum: attraverso il ridicolo, la violenza, la negazione – il terrorismo ante litteram – rinvenire il laccio che lega ogni uomo all’altro, al mondo e alla vita, in ultimo. Le strutture proprie delle democrazie liberali oscurano tale laccio in fitte trame di deleghe, ritrovarlo è farlo proprio per negazione. Maggio come Giano, bifronte: dunque, infine.

Non auctoritas sed veritas facit legem”: a rileggere la storia tragica d’occidente, il cuore d’ogni moto d’emancipazione ivi risiede, dalle teste di re a quelle di zar. L’emancipazione dal privilegio di sangue e dal monopolio dei mezzi di produzione hanno rappresentato, rispettivamente, i motivi delle due rivoluzioni che hanno scosso l’Europa ed il mondo. La verità su cui esse hanno fondato il ribaltamento dell’autorità, l’universale dell’uguaglianza e dei diritti umani. Tale universale ha richiesto un lungo travaglio intellettuale, l’edificazione della ragione. Ciò che, in questi termini, maggio ha posto in causa è l’autorità della civiltà, ogni autorità, la legge in sé. Il suo lungo travaglio veritiero, la disgregazione della ragione: un’equazione si fonda, a legare legge ragione ed autorità. Il suo motivo, l’emancipazione da ogni costrizione – tale pegno pare richiedere il ritrovamento del laccio. È ancora una civiltà possibile? Maggio come un’interrogazione serrata del senso dell’abitare, un tribunale. L’obbligo di rispondere, esteso ed imposto al futuro ed all’intera umanità: tale il suo frutto migliore, la sua arroganza. Così, come una sfida degna dell’Europa fiera, si pone la sua eredità più audace: rinvenire l’equilibrio sostenibile tra diritto e dovere, difesa e offesa, godimento e costrizione. Equilibrio globale ed universale: recuperare la ragione alla finitezza delle cose esistenti. Il suo esito non è ancora scritto: ad ogni epoca il suo punto di fuga.

 

Alfredo Zucchi
da Libmagazine