Quanto è alto il prezzo della libertà delle donne? Risponde Pina Nuzzo, delegata nazionale dell’unione donne italiane.

Posted on 28 aprile 2010 di

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“Le donne sanno che al poter dare la vita si accompagna una responsabilità nei confronti della vita stessa diversa rispetto a quella degli uomini ed è in nome di questa responsabilità che ci siamo da sempre impegnate per una informazione diffusa e capillare sulla contraccezione perché vogliamo un futuro in cui non essere più costrette a vivere il nostro corpo come un nemico”. 

L’udi è operante dal 1944-45, epoca in cui la donna non aveva diritto neanche al voto. Quali sono, ad oggi, i diritti di fatto acquisiti dalla donna e quali quelli ancora lontani?
Si tratta dell’associazione che ha alfabetizzato le donne, nel senso che uscite dalla guerra le donne dell’UDI si sono prese l’incarico di costruire momenti di aggregazione civile per le donne, dal momento che la loro partecipazione alla vita politica era del tutto impensabile in quegli anni. Quindi le donne dell’UDI hanno lavorato a tale scopo e si sono anche impegnate a costruire la cittadinanza delle donne in questo paese partendo da alcuni diritti quali i tempi del lavoro, i tempi della famiglia, il nuovo diritto di famiglia, il divorzio: tutti passaggi che hanno aiutato le donne a sottrarsi al controllo del patriarca e del patriarcato nonché al controllo delle istituzioni e della chiesa.

Ripercorrendo la storia dell’UDI, in che modo è cambiata nel corso di questi anni l’utenza e la risposta delle donne?
L’utenza di una volta per certi versi era meno consapevole ma più coraggiosa di quella di oggi, in quanto una donna aveva bisogno di avere più coraggio per dire alcune cose. L’utenza di oggi è rappresentata da donne molto più consapevoli che hanno avuto anche un altro diritto, quello allo studio. Dunque sono più alfabetizzate, più colte, ne sanno spesso più degli uomini. Però noi siamo la prima generazione che può scegliere se fare figli, se usare gli anticoncezionali etc. Fare questa scelta è difficile, ed è ancora più difficile se devi scegliere anche se avere o meno un lavoro, dal momento che quello che ti danno oggi è il precariato. Quindi la libertà per le donne ha un notevole prezzo che le nuove generazioni faticano a comprendere e condividere tra di loro: cioè le donne più giovani divengono consapevoli con fatica che devono trovare una dimensione collettiva per poter cambiare alcune regole di questa democrazia. È questo oggi il maggior problema.

In occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne siete state promotrici di una staffetta che ancora gira l’Italia. Cosa simboleggia la staffetta? E perché l’anfora?
Allora il punto è questo: c’è stato un momento in cui di fronte alle violenze e al fatto che le donne venissero continuamente ammazzate ci si chiedeva se fosse opportuno fare l’ennesimo comunicato che avrebbe rischiato di passare inosservato, o piuttosto fare dell’atro. Così abbiamo pensato che fosse il caso di organizzare un’iniziativa lunga un anno che avesse non tanto il carattere della denuncia quanto l’intento di creare la condizione affinché le donne potessero dire di non essere sole. La staffetta è questo: passare di mano in mano una testimone, che poi è diventata l’anfora, tramite la quale raccontare questa tragedia che colpisce moltissime donne – perché se è vero che il 70 % delle donne vengono violentate, vuol dire che in un’assemblea di donne molte di queste sono state molestate. Il punto non era quello di obbligare le donne ad esporsi e a raccontare le proprie storie, ma creare una situazione in cui il dolore venisse in qualche modo rappresentato e le donne potessero avere un medium tramite il quale raccontare il proprio percorso, testimoniando che esiste una Nazione di donne che vuole rendersi visibile, riconoscibile, perché le donne non sono sole. Inoltre, abbiamo pensato all’anfora perché è un oggetto molto familiare nella vita delle donne di tutte le culture. L’anfora è chiamata in tanti modi, in tutti i dialetti: “capasa”, o ancora “mummera”, è quindi un oggetto molto comune che noi abbiamo impreziosito con dei segni della Grande Madre, mutuati dagli studi di Marija Gimbutas. Siamo quindi risalite alla preistoria per trovare una dimensione sacra del corpo e abbiamo affidato a quest’anfora il compito di rappresentare il corpo delle donne ma anche il suo doverne avere cura. L’anfora con due manici, portata da due donne che la consegnano ad altre due, simboleggia l’importanza della relazione tra le donne.

Sempre in merito alla staffetta, quali risposte da parte della collettività e delle istituzioni vi aspettavate e non sono arrivate, e quali al contrario sono arrivate sorprendendovi?
Intanto non c’aspettavamo questa straordinaria risposta da parte delle donne, parlo anche delle iniziative di diversi gruppi che sono intervenuti con proposte anche molto originali e singolari, soprattutto nel meridione. In Calabria, ad esempio, le ragazze hanno portato l’anfora con i pattini a rotelle. Sono state organizzate inoltre vere e proprie gare sportive e partite di calcio come quella che hanno giocato le ragazze e i ragazzi nel Salento. La risposta più incredibile è stata quella di tantissimi studenti e studentesse che hanno partecipato a questiniziativa mettendo dei bigliettini nell’anfora che noi stiamo anche raccogliendo come testimonianza scritta. Infine, noi non abbiamo chiesto alle istituzioni di essere presenti. Chi ha scelto di esserci ci sarà, ma le protagoniste di queste staffette sono le donne comuni, come quelle che a Catania, in uno dei quartieri più poveri e degradati, hanno organizzato una fiaccolata autonoma dalla quale abbiamo preso la consuetudine di accendere una candela che è la stessa che sta girando insieme all’anfora.

Quindi sono partite altre iniziative spontanee da questa?
Certo. Noi abbiamo dato delle regole per partecipare alla staffetta, poche in verità, tra le quali il rispettare l’autonomia e l’autofinanziamento: alla staffetta aderiscono tutte le donne che vogliono, tutte le associazioni di donne, ma non rappresentanti di partito, non partiti; una donna che rappresenta un partito non può aderire alla staffetta a nome del partito, ma può come singola partecipare tra le altre. In questo modo abbiamo voluto evitare la sponsorizzazione e l’essere fagocitate da dibattiti politici che non ci riguardano.

Se volessimo tentare di spiegarci il perché esiste e continua ad esistere la violenza sulle donne, a quale fattore o fattori potremmo ricondurne la causa?
Io credo che la guerra più antica che si sta combattendo nel mondo è quella della violenza di un genere nei confronti dell’altro. La violenza che si trova a tutte le latitudini, in tutte le culture, dappertutto. Non a caso il segretario generale dell’Onu Ban-Ki-Moon quest’estate ha definito lo stupro “un atto di guerra contro le donne”, le quali in guerra vengono considerate un bottino, terre di conquista come le terre vere e proprie. Potremmo dunque parlare di una sorta di invidia, quella che io chiamo invidia del corpo fertile, da parte degli uomini verso donne. Il bisogno di controllare la maternità ha portato gli uomini all’idea di dover controllare il corpo della donna e di toglierle la libertà. Le donne hanno, secondo me, assecondato quest’aspetto tramite atteggiamenti di accondiscendenza dati dal fatto che mettere al mondo dei figli, sia maschi che femmine, produce nella donna una difficoltà a considerare l’altro un nemico (però la verità è a volte anche questa!) Quindi bisogna che noi, anche tramite questa staffetta, rendiamo pubblico ed evidente che il primo violentatore ce l’abbiamo in casa dal momento che il più alto numero di stupri avviene in famiglia, per non dire delle molestie sulle figlie. Quindi è attraverso la violenza che si ottiene il controllo sul corpo delle donne.

Venendo agli ultimi fatti: dopo la violenza di Capodanno, la ragazza ha minacciato di farsi giustizia da sola, stesso atteggiamento dei cittadini di Guidonia che hanno quasi lapidato gli aggressori della coppia. Tutte manifestazioni di una totale e al contempo rischiosa mancanza di fiducia nella giustizia. Cosa andrebbe fatto per garantire alle donne che hanno subito una violenza e ad ogni cittadino che ogni stupro venga punito con la puntualità che la violenza, e il successivo trauma, richiedono?
Intanto va detto che quello che è accaduto in carcere ai violentatori è un segno d’inciviltà, perché altri uomini si sono presi il diritto di usare la legge del taglione. Le donne non vogliono occhio per occhio dente per dente, le donne vogliono giustizia. La giustizia e la legalità sono la prima forma di convivenza civile; quindi noi vogliamo che chi stupra venga arrestato e che sconti la pena e non che per qualche cavillo giuridico dopo poco torni libero di violentare di nuovo. Ci auguriamo semplicemente che le leggi già presenti nel nostro paese vengano applicate, e che il nostro sistema giudiziario cominci a funzionare per davvero, perché un conto è avere delle leggi che funzionano e un conto è avere un sistema giudiziario che offre delle scappatoie che consentono a chi ha commesso un delitto di non scontare la sua pena fino in fondo. È questo a generare sfiducia, a far sì che gran parte delle donne non denuncino – anche perché a volte quelle che lo fanno vengono rimandate a casa-. Quello che voglio dire è che non c’è un vero atteggiamento di contrasto alla violenza da parte delle istituzioni. Tuttavia non ci fa piacere sapere che c’è gente condannabile che in carcere subisce altre violenze. A noi serve che gli stupratori rimangano in carcere, che scontino fino in fondo la pena e che dopo, tornino nel loro paese senza rischiare la pelle.

Tra le tante polemiche è mancata completamente dalla scena la ministra alle pari opportunità Mara Carfagna. Se chi si dovrebbe battersi per fare anche i nostri interessi tace quando c’è più bisogno di far sentire la propria voce, quali vantaggi comportano per le donne le quote rosa?
Io intanto credo che la Ministra Carfagna abbia fatto il suo mestiere e delle cose le abbia dette, che si possa essere d’accordo o meno questo è un altro discorso. Noi dell’UDI abbiamo consegnato una proposta di legge d’iniziativa popolare nel novembre 2007 che si chiamava “50 e 50 ovunque si decide”, per la quale abbiamo raccolto più di 120.000 firme. Inoltre abbiamo voluto un’altra legge, “norme per la democrazia paritaria”, perché riteniamo che le donne debbano essere alla pari in tutti i luoghi dove si decide, dal parlamento alle università, nei giornali, nella finanza. Quello che ci preme dire è che noi non crediamo nelle quote. Le quote si danno ai soggetti svantaggiati, alle minoranze, ma le donne non sono una minoranza, le donne stanno tra gli anziani, tra i giovani, tra i disabili, ovunque. Noi donne siamo il 52% degli abitanti di questo paese, quindi vogliamo essere in tutti i luoghi dove si decide in modo paritario. Questa democrazia per noi è una democrazia incompiuta perché si fonda su un solo soggetto, come chi pensa di doverci dare i 10-20-30. Noi vogliamo esserci 50 e 50 non per dire che donne debbano rappresentare le donne, sia chiaro; d’altronde in democrazia gli uomini rappresentano gli uomini e le donne, perché chi viene eletto, viene eletto senza vincolo di mandato. Noi ci domandiamo perché gli uomini possono rappresentare uomini e donne e pochissime donne possono avere questo privilegio? La nostra impressione è che le pari opportunità, che nacquero per dare alle donne la possibilità di gareggiare alla pari, nel corso degli anni siano diventate – indipendentemente dai governi, eh!- unicamente un concetto di tutela. Noi non vogliamo tutele, né da destra né da sinistra, da nessun ministro, noi vogliamo essere considerati soggetti adulti e assumerci le nostre responsabilità rispetto a questa democrazia.

A proposito di rosa, sempre in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne il ministro Carfagna, insieme al sindaco Moratti, lanciò il progetto scatola rosa, morto all’indomani della manifestazione e mai più risorto. In che modo dovremmo reagire davanti a queste continue, nonché offensive, strumentalizzazioni politiche che oltre a regalare un po’di pubblicità al politico di turno non sono in nessun modo utili a fare del problema della violenza sulle donne un’emergenza da affrontare con la massima urgenza?
Francamente queste azioni mi lasciano assolutamente indifferente . La Carfagna fa la sua politica, lanciando anche delle iniziative molto dignitose, ultimamente, ad esempio, è passata anche una legge sullo stalking. Non mi interessa di entrare nella polemica di destra o di sinistra perché se vado a guardare quello che ha fatto la sinistra a suo tempo avrei da dire. Quello che ci interessa è che si costituisca un grande movimento di donne, se noi saremo capaci di essere una vera forza visibile e riconoscibile, faremo delle cose; non porteremo nessun aiuto alla causa delle donne se continueremo a ragionare in termini di parte e partitica. Noi siamo un movimento politico ma non di parte.

Il nuovo presidente USA, Obama, dopo pochi giorni dal suo insediamento alla Casa Bianca ha già firmato una legge volta ad eliminare discriminazioni sul posto di lavoro, affermando il diritto delle donne a ricevere compensi uguali a quelli percepiti dai colleghi uomini e ha sospeso di fatto la legge che vietava i finanziamenti ad associazioni pro-aborto. Rispetto all’America noi siamo indietro anni luce, quanto ci dovremmo rimanere ancora?
Mi hanno fatto veramente bene al cuore sia la prima iniziativa di Obama, quella di non sottrarre i fondi alle ricerche per la pianificazione familiare, sia la seconda, quella sul lavoro. È bello che ci sia un presidente che si muova guardando agli interessi di tutti i cittadini e non di parti del paese. Oggi ho sentito in televisione la dichiarazione che ha fatto Obama ricollegandosi alle prime donne che hanno fatto le battaglie, in cui diceva che solo ad una generazione di uomini che hanno coraggio, il coraggio della democrazia, è dato di cambiare le cose. In Italia non so quando potrà accadere una cosa del genere, perché abbiamo politici troppo attaccati alla poltrona, sia a destra che a sinistra, e la sola idea di lasciarla, e di farlo per una donna, gli fa venire i brividi. Poi abbiamo leggi riguardanti le regolamentazioni per il lavoro che sono indecenti, semplicemente indecenti.

 

Marzia Cangiano
da Libmagazine del 24 febbraio 2009