Il delitto lo abbiamo messo nel bilancio di famiglia

Posted on 26 aprile 2010 di

1


cronaca-

” ‘E muorte ca moreno c’à morte, quelli si mettono in santa pace e danno pace pure a noi. Ma chille c’avevan’ ‘a campà ancora e che, invece, moreno per volontà di un loro simile, no. Quelli non se ne vanno… Restano. Restano con noi. Vicino a noi… Attorno a nuie! Restano dint’ è segge… dint’ è mobile…!‘A notte sentite : ” TA’…“. È nu morto ca s’è mmiso dint’ ‘o lignamme ‘e nu mobile. ‘Na porta s’arape? L’ha aperta nu muorto. Sott’ ‘o cuscino…dint’ ‘e vestite…sott’ ‘a tavula… Chilli muorte là restano…nun se ne vanno. E strillano comme ponno strillà. Perciò nun putimmo durmì ‘a notte, don Pasquà. ”
Eduardo de Filippo “Le Voci Di Dentro”, 1948

Gravina, Puglia, 5 giugno 2006: due ragazzini, Francesco e Salvatore Pappalardi, scompaiono nel nulla. Si pensa all’omicidio, al rapimento, mai alla fatalità: la nonna dei due ragazzi ha accusato da subito la figlia Rosa Carlucci, madre dei fratellini, che ha a sua volta accusato il marito, Filippo Pappalardi, sul quale si sono concentrati in seguito tutti i sospetti. Si è dovuto aspettare quasi due anni e si è dovuta sfiorare una seconda tragedia per far luce sulla prima. Difatti mentre le investigazioni si spingevano fino in Romania, i fratellini giacevano lì, sotto gli occhi chiusi di tutti nel centro storico del paese: caduti ‘accidentalmente’ in una cisterna nei pressi della quale insieme ad altri amici erano soliti giocare. Questa l’ipotesi più accreditata, quasi accertata. Ma quest’ipotesi stenta a convincere e una qualche responsabilità da parte del padre sembra non poter essere esclusa: alibi falliti, intercettazioni ambientali e telefoniche più che sospette. Dovranno passare ancora dei mesi prima che la verità ci venga svelata in tutto il suo splendore, o squallore. Intanto l’Italia si ferma, come sempre in questi casi, in attesa di risposte. Manifestazioni di cordoglio e palloncini bianchi, pellegrinaggi di massa e la ‘cisterna maledetta’ diventa un nuovo santuario…
Sembra tutto un sogno. Sembra tutto un lungo ed interminabile incubo degno delle migliori rappresentazioni oniriche. E se lo fosse? Dimenticheremmo all’istante la tragedia, il pensiero che da questa vita non c’è scampo. Ma dimenticheremmo anche l’odio, il sospetto? Crimini questi peggiori di ogni delitto… Non credo, no. E non lo credo anche perché molti anni fa qualcuno già ci mise in guardia da noi stessi, dai nostri sogni e dalla nostra miseria.

Siamo nel 1948 quando va in scena per la prima volta “Le Voci Di Dentro” commedia in 3 atti di Eduardo de Filippo. La guerra da poco conclusasi aleggia ancora, come un’eco tragica, sulle vite delle persone. Un senso di morte e di mistero accompagna l’intera commedia che sembra quasi svolgersi in un luogo senza tempo, sospeso tra sogno e realtà. E sono proprio i sogni a testimoniare il tormento che ancora investe i sopravvissuti: sogni spregevoli, straziati, strazianti, il racconto dei quali, all’inizio del primo atto, lascia poco spazio a spicciole interpretazioni di tipo freudiano. Ed è un sogno in particolare, quello del protagonista, Alberto Saporito, a rivelarsi motore dell’intera vicenda, a dar vita ad una serie di equivoci che serviranno a lui e a noi a smascherare la cattiveria, la malafede di un’umanità che pure in tempo di pace si combatte e odia. Alberto sogna l’omicidio del suo amico Aniello Amitrano, scomparso da qualche giorno, per mano dei Cimmaruta suoi vicini di casa. Alberto e suo fratello Carlo denunciano il fatto sicuri di avere le prove, ma quando la polizia irrompe in casa Cimmaruta non trova nulla. A questo punto Alberto comincia a ricordare di aver sognato tutto, ma i Cimmaruta questo non lo sanno e pur essendo tutti innocenti non si difendono, anzi, uno ad uno, iniziano a confessare ad Alberto di sospettare l’uno dell’altro: la zia accusa il nipote, la sorella il fratello, la moglie il marito, il marito la moglie… e voilà, le umane miserie sono tutte lì, nude e crude. Sono tutti innocenti, eppure si rendono tutti colpevoli, tutti assassini, compreso lo stesso Alberto che sul finale dichiara: “Assassini siete […] e in mezzo a voi, forse, ci sono anch’io e non me ne rendo conto. Avete sospettato l’uno dell’altro. Io vi accusati e voi non vi siete difesi, eppure eravate innocenti tutti quanti… lo avete creduto possibile. Un assassinio lo avete messo nelle cose normali di tutti i giorni, il delitto lo avete messo nel bilancio di famiglia. La stima, la stima reciproca che ci mette a posto con la nostra coscienza, che ci appacia con noi stessi, l’abbiamo uccisa… e vi sembra un omicidio da niente?

E assassini siamo pure tutti noi: è bastato il sospetto a far uscire allo scoperto la meschinità, l’abisso immondo in cui siamo piombati, che sembriamo invocare l’omicidio come il pane pur di non fare i conti con il caso, l’imprevisto che ci rende impotenti. Quest’Italia che si ferma, che si ferma, giudica, condanna e attende. Queste famiglie che sono sempre uguali a loro stesse e che sempre più spesso dimenticano il ruolo a cui sono state chiamate: l’amore, la devozione di ognuno dei genitori verso l’altro e di entrambi verso i figli. Questo si che è un sogno! Nella realtà invece è tutto guasto, tutto malato ed è per questo che solo nelle tragedie, quando è davvero troppo tardi, sembriamo umani, capaci di soffrire oltremisura per delle morti che, in tempo di pace, non abbiamo saputo evitare. E allora sentiamoci pure in dovere di vestire il lutto, una prece e così sia. A chi invece non si è fermato in attesa di una verità preconcetta consiglierei di fare come Zi’ Nicola Sapurito “‘O Sparavierze” (lo sparaversi) che, al cospetto di un’umanità che gli appariva sorda, preferì rendersi muto: abbandonò la parola e comunicava i sentimenti dell’animo con le “granate” e le “botte”.
Per questo i suoi spari non erano semplici spari. Ma versi.
E allora bum!

 

Marzia Cangiano
da Libmagazine del
5 marzo 2008

Posted in: Cronaca, Libmagazine