I cattivi del cinema sono 9000 volte meno cattivi di lui

Posted on 26 aprile 2010 di

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Il cattivo, al di là che sia puro antagonista, è essenza fondante dell’eroe, poiché è solo in virtù o vizio della sua rottura della norma – se si considera di norma, cioè normale, l’ordine – che l’azione esplode. In sostanza l’eroe non è senza il cattivo, che è quindi più scintilla che miccia.

Ad esempio Hannibal Lecter, pur essendo immensamente cattivo non è l’effettivo antagonista de’ Il silenzio degli innocenti, tuttavia pone in rilevo l’eroina Jodie Foster rispetto all’atmosfera morbosamente cupa che egli, quasi integralmente, crea. C’è ad esempio Jack Torrance di Shining, il cui romanzo di svolta è l’ossessionante frase “all work and no play makes Jack a dull boy” (riveduta, con approvazione di Kubrick, nell’italiano “il mattino ha l’oro in bocca”), la cui assenza di volontà diventa volontà di rendere l’altro assente – e memorabilmente, ascia in mano, minaccia la sua stessa famiglia, primo supremo altro. Jack è così la scintilla che illustrerà l’atipico e supersensoriale eroismo del piccolo Danny. Freddy Krueger, il mostro onirico della saga Nightmare, è oggetto di feroce scherno da parte dei compagni di scuola poiché nacque da uno sturpo, ma si vendicherà di costoro ammazzandone i figli. C’è poi Amon Goth di Schindler’s list (è Ralph Finnes) che sarebbe un tipico gerarca nazista se non fosse per un aspetto sadico che fatto caricatura diventa atroce – cattivissimo il ludico tiro a segno dalla sua terrazza. Sadismo che, non a caso, è tratto determinante anche di un altro strepitoso cattivo ex ufficiale nazista: il dottor Szell (Laurence Olivier) de’ Il maratoneta, che tortura sulla poltrona da dentista – ancora a quella schiatta appartenere il Dottor Stranamore di Kubrick. Poi c’è lo spietato, e mai così cattivo al cinema, Henry Fonda di C’era una volta il west. Ci sarebbero ancora, a turno, Bill e Beatrix Kiddo di Kill Bill. A turno perché, personaggi a sole due dimensioni, significano l’umanità in modo efficacemente didascalico, e dunque hanno il bene e il male pur senza sintetizzarli (come anche Sweeney Todd di Tim Burton, ma questo accade quando c’è una “giusta” vendetta). Poi c’è il recente Anton Chigurh di No country for old men, un esempio di rigidissima etica individualista, il solo uomo, l’unico a suo parere. C’è John Doe, il Kevin Spacey di Seven, che ammazza con un pizzico di letteratura e teologia seguendo l’itinerario dei vizi capitali con la meccanica del contrappasso di Dante. C’è il Michael Myers dell’Halloween di Carpenter, stucchevole e comune, ma comunque cattivo; c’è Norman Bates (Anthony Perkins) di Psycho; c’è la Kathy Bates di Misery non deve morire; c’è il Joker Jack Nicholson, e c’è ancora il cervellotico Keyser Soze de’ I soliti sospetti (di nuovo Kevin Spacey!). Questo senza considerare i mostri e gli altri mutanti, senza considerare i Dracula tutti uguali e pure diversi.

Ma il più cattivo non è fra questi. I personaggi sopra elencati offrono tutti una possibile spiegazione, più o meno nascosta, più o meno evidente, al loro male. Qualcosa di spicciolo che Freud non avrebbe sudato a venderci un paio di saggi: la loro cattiveria ha un’origine che potrebbe essere rintracciata, ipoteticamente curata. Inoltre, per assurdo, vivendo un altro tempo e un altro luogo sarebbero potuti diventare eroi positivi tanto quanto i loro nemici: la loro cattiveria è insomma l’impiego di energia e concentrazione, operato dal contesto, su un gene che è comunque presente nell’essere umano (esempio lampante: quanto cattivo sa diventare l’eroe buono di 28 giorni dopo?). I cattivi finora considerati, dunque, hanno quella cattiveria umana che ogni altro uomo sa e deve comprendere pur senza necessariamente tollerare. Sono estensioni dello spettatore, estensioni improbabili ma non impossibili, che proprio nella dimensione della probabilità fungono da prisma speculare, illustrano, forse intendono anche in qualche modo insegnare, ma di certo hanno una funzione. E, in un mondo che s’atteggia a ordinato, ciò che ha una funzione è di per sé ordinato, cioè buono.

Il personaggio più cattivo del cinema è invece il computer di bordo della navicella di 2001 odissea nello spazio, poiché non ha quella funzione malvagia che agisca nell’adempimento della sua partecipazione al mondo. HAL9000, che sa più degli astronauti – ovvero della microsocietà in cui vive –, è condannato a quelle azioni, certe, nelle quali la distinzione fra bene e male non esiste come percepita dall’essere umano. Bene è ciò che va fatto, male è ciò che non va fatto, in modo assolutamente svincolato dalla volontà. La volontà di HAL coincide cioè con il bene, e siccome bene è l’istruzione ricevuta, la programmazione (cioè l’unico campionario di azioni possibili), il male non esisterà per lui. La sua posizione è quindi di netta superiorità rispetto alla fase del dubbio che può ammorbidire e modificare la scelta dell’uomo, o confonderla. Egli è la morale, e la sua cattiveria sta nel suo coincidere con quel bene che è per l’uomo male. È una casuale condanna. Alla quale però non v’è sbocco perché HAL è stato concepito esattamente così, ed essendo puro susseguirsi di logica non ammetterà altra visione che quella offerta dai suoi principi guida, dalle sue verità di ghiaccio. La scintilla che causa l’esplosione è infatti il conflitto in cui si trova il computer fra la necessità di salvaguardare le vite umane e il divieto di svelare il reale obiettivo della missione di Discovery 1. Due comandi (due “beni”) in contrasto. Ma l’intelligenza artificiale deve disporre le due probabilità secondo un criterio di progressività nella rilevanza…

L’inarrivabile cattiveria di HAL9000 sta allora nella sua incapacità di comportarsi diversamente, nel suo sistema di pulitissimi obblighi che sono giusti fuor d’ogni dubbio, che sono condanna. HAL9000 è il più cattivo perché per lui la cattiveria è la sola azione concepibile, è l’ordine, e per tanto non esiste perché non esiste il suo opposto. Un po’ come, riprendendo l’incipit, l’eroe non esiste senza il cattivo.

Ciro Monacella

da Libmagazine

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