Intervista a Eugenio Bennato

Posted on 23 aprile 2010 di

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Libmagazine incontra Eugenio Bennato, cantante, autore, musicista, e fondatore della “Nuova Compagnia di Canto Popolare”, ha portato la taranta in giro per il mondo riscuotendo gran successo sia in Italia che all’estero.  

   

    

M.C.-C.M. Nel 1969 ha fondato la Nuova Compagnia di Canto Popolare (NCCP) il più importante gruppo di musica “folk” dell’Italia meridionale. Da allora non si è più distaccato da questo genere e il Sud è rimasto protagonista indiscusso di tutte le sue canzoni. Il brano che ha presentato all’ultima edizione del Festival di Sanremo aveva il sud anche nel titolo: “Grande Sud”, da cui il nome del suo ultimo album. Cosa ha per lei di prezioso questo genere musicale?
E.B. È la musica legata alle nostre radici, alla nostra terra e ai nostri dialetti. Senza dubbio questo è tantissimo perché ci permette di riconquistare un’identità. Questo discorso mi era già chiaro quando ero ragazzo.

M.C.-C.M. Nel 2001 ha fondato a Bologna la “Scuola di Tarantella e danze popolari del Mediterraneo”, prima scuola in Italia per lo studio delle danze popolari del nostro meridione. Non c’è il rischio che in questo modo la tarantella, uscendo dai confini meridionali, dimentichi il valore della tradizione (l’uso quasi esclusivo della tammorra e della chitarra battente, ad esempio) diventando un ulteriore e svalutato ballo di gruppo à la salsa?
E.B. Per me il problema non si pone affatto: la taranta può diventare una forma d’arte, uno stile di musica, di ballo e quant’altro. Esattamente com’è accaduto per il Flamenco in Spagna.  

M.C.-C.M. Nel 2003, insieme a suo fratello Eduardo ha scritto le colonne sonore del film-animazione “Totò Sapore e la magica storia della pizza”, testi e musiche bellissime che hanno dato vita all’album “Pizza Story”. Il rock che s’incontra con la musica popolare. Il risultato è stato sorprendente, ma, tecnicamente, quali difficoltà avete incontrato nel fare amalgama dei due generi?
E.B. Nessuna difficoltà, io infatti ho spesso lavorato con Eduardo a delle sue produzioni. Ho scritto molti pezzi per lui, dunque c’è molto affiatamento. Poi in questo caso c’era proprio una nitida divisione di campo: da un lato il rock urbano tipico di mio fratello, dall’altro il ‘700 classico o la tammurriata tipica del mio mondo. Quindi, essendoci tale separazione, c’è stato solo un rafforzamento perché ognuno metteva il suo specifico.  

M.C.-C.M. I testi delle suddette canzoni sembrano riflettere una Napoli magica, che balla sul dolore, che “è allegra anche quando ha fame e non se ne frega e tir’a campà”. L’uso che il popolo napoletano fa del canto, del ballo, della festa, sembra essere terapeutico nella misura in cui il canto (l’arte) aiuta a flettere la realtà aggraziandola. Non c’è il rischio che ciò provochi un nocivo scollamento dalla realtà?
E.B. Sicuramente questo rischio c’è, però questa è Napoli e questo è anche il suo specifico, cioè la capacità di trasformare tutto in arte.. ed è sempre stato così. Si pensi alla storia della seconda guerra mondiale dove tra le rovine della guerra nacque “Munastero ‘e Santa Chiara” e “Tammurriata nera”.  

M.C.-C.M. Ma come mai questa capacità viene spesso fraintesa o malgiudicata da chi Napoli la vede solo da lontano?
E.B. Sicuramente se si esagera nell’affidarsi al romantico mandolino c’è il rischio di essere mal compresi. Però Napoli in questo momento è – anzi, lo è sempre stata – qualcosa di diverso. La sua musica cioè è stata anche veicolo di messaggi forti. Si pensi agli autori contemporanei partenopei, parlo anche del cinema e delle arti visive.  

M.C.-C.M  Il Sud, anche per come da lei sentito, è il regno della lirica. Ma la nostra civiltà della lirica non sa che farsene: chi fra i due deve realmente ritenersi sfortunato?  
E.B. Non è questione di chi è più o meno fortunato, è questione di diversità. Il Sud rappresenta, sia simbolicamente che storicamente, l’emarginazione, cioè chi subisce il potere. E la musica legata a questa parte perdente è sicuramente più forte perché veicola un messaggio più forte. Quindi da un punto di vista artistico è sicuramente il Sud che prevale, oggi più che mai, e che vince.  

M.C.-C-M Nel 2007 si è dedicato all’elaborazione musicale del grande musical napoletano “Festa di Piedigrotta” di Raffaele Viviani con la regia di Nello Mascia. Soffermandoci sulla spettacolarità di questa festa, cosa l’ha resa un evento culturale che è stato in grado di diffondere la musica napoletana in tutto il mondo e cosa invece ne ha causato il declino -se di declino secondo lei si può parlare-?
E.B. Ogni cosa è legata ai tempi. All’inizio la Festa era collegata ad una realtà di autori, di cantanti e di artisti, che avevano un notevole peso. Poi, come per tutte le cose, c’e stata un’involuzione, per cui la festa è declinata. Ma io, dopo aver lavorato alla Piedigrotta di Viviani – e quell’opera lì non tramonta mai perché è grande “opera d’arte” – direi che quando c’è “l’opera d’arte” si vince sempre. Certo, la festa negli ultimi tempi era diventata una manifestazione connessa ad una musica molto dozzinale, dunque, in questo senso, si spiega il suo declino e il fatto di non aver suscitato più interesse. Nei tempi precedenti invece ha rappresentato senz’altro un veicolo di energia molto forte.  

M.C.-C.M. Contemporaneamente al musical è uscito l’album “Sponda Sud” con un tour che l’ha portata nei Teatri delle principali città italiane. L’enorme successo ottenuto suggerisce che l’espressione artistica popolare fugge dai confini geografici di un singolo popolo, varca lo spazio è diventa del popolo, di ogni popolo, quasi affrancando lo stesso dalle imposizioni verticali dei mass-media. È questa secondo lei la strada per il recupero di quella spontaneità comunicativa che oggi langue?
E.B. Oggi si assiste, direi in tutto il mondo, ad un interesse importante e nuovo verso la musica etnica e verso la musica del sud del mondo. In questo senso Sponda Sud si inserisce in questa linea di tendenza. In pratica è da un decennio che si parla di Africa, di popoli del terzo mondo e di artisti che vengono dai quei continenti. L’Italia del meridione con la sua storia, diciamo, minore – io la chiamo Italia Minore – appartiene a questi sud e dunque partecipa di questo grande movimento chiamato World Music e che riguarda le voci diverse, alternative, quelle che sfuggono alle regole dei successi commerciali delle multinazionali.  

M.C.-C.M. A proposito di successi, in cosa è impegnato adesso e quali progetti ha ancora in cantiere?
E.B. Mi sto dedicando a questo concerto che si chiama Grande Sud e che sta avendo un successo fortissimo in tutt’Italia e anche all’estero. Un mio obiettivo è quello di battere più soprattutto sull’estero, per diffondere un segno musicale che parta dall’Italia ed abbia le caratteristiche e il carattere per diventare un movimento internazionale.  

 

Marzia Cangiano e Ciro Monacella
da Libmagazine del
18 giugno 2008