Once upon a time Ennio Morricone, l’omino della musica

Posted on 23 aprile 2010 di

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miniatura-Morricone

Un Oscar alla carriera lascia sempre spiazzati, perché arriva al momento sbagliato, in ritardo per sua natura, e ha il sapore della riparazione. Fa bene alla vecchiaia perché la proietta all’indietro, ma anche brucia allorché suona come un riconoscimento all’opera di una vita, nella sua totalità, e non al pinnacolo, non al quel singolo momento dell’esistenza che è poi l’argilla che impasta chi fa musica. A ragionarci così si sfiora l’agiografia perché la polpa del merito è più da scavare nell’assiduità che nella nota; quindi, pur consapevoli che in quest’ottica convenga partire dalla data di nascita, e dal luogo, diciamo invece che Ennio Morricone è nato, e che ciò basterebbe se non si dovesse aggiungere un “per fortuna!” . Proprio da questo sovrappiù deriva un pensiero, come una distrazione, che è il fondamento stesso del motivo per cui si parla, qui, di un compositore per cinema e non solo. E che costringe l’attualità dell’Oscar all’ultimo trafiletto in fondo alla pagina.

Un mestiere complicato
Negli occhi vispi a semicroma di quando Ennio parla si legge l’orgoglio di essere riconosciuto, e di riconoscersi, come un masso poggiato in questo tempo. Masso non necessariamente da contemplare con estasi, ma di certo da aggrapparcisi per andare oltre: egli si dice musicista del Novecento, e di quest’altro secolo, aggiunge, trattandone con cura la mancanza di nome o la difficoltà di venirne a capo. Eppure questo non importa: a noi, qui, basta il Novecento.
Potremmo dire chi è Morricone, dire che nasce a Roma nel ’28, che dieci anni dopo è al conservatorio di Santa Cecilia, e che già nel ’53 arrangia numerose trasmissioni radiofoniche. Così però tradiremmo la sua arte: ci soffermeremmo sulla quantità, che pure è strabiliante, e non sulle vette che le sue mani, ad agitarsi dietro alle bacchette dopo, e sulla carta prima, hanno colto. Perché si tratta di un compositore vero, di quelli che concepiscono la realtà decriptandola con linguaggi emotivi, ben conscio della delicata ambiguità del suo mestiere, costantemente in frattura tra la musica assoluta e quella applicata. E se nella prima la trasmissione è immediata, cioè non mediata da altro, nella seconda corsa la creatività s’incontra con la domanda del regista dapprima, volta all’effetto, del pubblico infine: una domanda di comprensione.
Il mestiere già si fa più complicato. Non è il solista che studia, ripete il pezzo e poi lo esegue come si deve perché così è scritto. Non è il poeta che rispetta leggi sue, né il romanziere che può quasi ciò che vuole. Questo qui è uno che deve inventare sì, ma anche interpretare, poi lavorare, e… attendere comunque un giudizio. Sì, il mestiere è senza dubbio complicato, e sotto ogni parola è in agguato un fallimento a seconda del gusto del committente. Nel 1958 Morricone fu assunto in RAI come assistente musicale. Alla sera già se n’era chiamato fuori. Questa è la coerenza di un artista che conosce il doppio fondo del suo bagaglio, e che ammette che il rapporto con la commissione è ottimo, che fruscia della sua ruspante vitalità, ma solo finché non c’è sconfinamento di linee. I registi che vogliono imporre le loro idee lo offendono: chiede solo che gli venga spiegato ciò che si vorrebbe, e dopo s’impegna a fare quanto può. Poi, se non c’è fiducia, ci si lascia, come nell’amore, come nella vita. Perché Morricone non dimentica che il concorso di forze per un film è prima di tutto un concorso di persone, e l’entusiasmo per un incontro, per la condivisione di un tono, è talvolta sufficiente da sé a spronargli idee.

Il coccolatore
Il cinema è un mezzo che fonda il suo getto su due sensi: la vista e l’udito. Morricone, se pensiamo al film come un piccolo (piccolo?) mondo creato da un paio di dei, è la divinità che presiede per metà alla comunicazione con noi della platea. E’ lui l’omino che imbocca la commozione per un accoltellamento, o per la bellezza da tramonto di una donna coi capelli arancio; e la potenza con la quale questo omino/dio ci lavora il cuore è direttamente proporzionale alla sensibilità che egli ha già sgocciolato nella partitura. L’immagine infatti, per quanto sia autoritaria, o forse esattamente in virtù di questo, manifesta presto il suo limite: è passibile di rigetto essendo un corpo estraneo che giunge a dettare ricordi e associazioni là dove non avrebbe facoltà. Le soccorre la musica, come l’ostia per ingoiar pillole grandi da stringere la gola, che accompagna e danza attorno all’immagine facendola più riconoscibile: le note, che ricordiamo, messe in quel certo modo annullano l’estraneità. In sostanza anche la trama più vertiginosa, e le facce più belle con le rughe più ferme, e i costumi più veri, senza il puntello da scandagliatrice d’animo della musica restano come diligenze vuote sotto la roccia. E mai che piova.
In questo fare, sottile e tortuoso come una qualunque vena, Ennio Morricone si è sempre mosso con ben stretta a sé l’idea che una buona musica è quella che dice dell’autore anche quando questi va a citare dalla classica, o dalla scuola di Vienna, o quando si riferisce esplicitamente alla musica tonale. Ed è questa tintura finale, che solo la consapevole partecipazione personale alla composizione sa aggiungere, che gli ha consentito di affinare uno stile specificatamente suo, reso ormai riconducibile immediatamente a lui.
Senza dubbio è dall’incontro con Sergio Leone che si profila il percorso che lo porta a lavorare con i più diversi registi ed ai più variegati progetti (quanto poco struggente sarebbe Verdone senza la sua musica? E Dario Argento, poi, non sarebbe solo ridicolo?). Bisogna però rimarcare che quel sodalizio ha reso grandi entrambi, come fossero, i due, ascissa e ordinata indispensabili all’individuazione del punto in cui un’invenzione diventa memoria, nonostante Morricone abbia sempre provato a sminuire quella che viene definita “la rivoluzione del western”: egli sostiene di non aver mai fatto musica western, che se quei film fossero stati ambientati in Cina avrebbe composto la stessa musica, con l’aggiunta di qualche effetto che evocasse l’oriente, forse. Infatti nel western il lavoro di corpo era svolto dalla suggestione dello spettatore, dalla forza dell’occhio – e dell’orecchio! – che chiede di vivere esattamente quanto s’aspetta. Allora cosa resta al compositore? Ciò che egli può fare, anche per superare eventuali blocchi o crisi, è abbandonarsi al gioco come esercizio di comunicazione. Senza tralasciare la componente dell’azzardo.
Da questi semi nasce il coyote de’ “Il buono, il brutto e il cattivo”. Un ululato su cui s’imbastisce una linea che ripete e incalza. Il suono della realtà, dalla realtà, selvaggio e bestiale, che viene recuperato e adattato al suono organizzato. E non posso farci niente ma, a me, questa sembra la metafora più appropriata a descrivere il west ancor prima che il western. Che poi abbia osato è solo un ulteriore merito, anche perché nella sua filosofia d’espressione il rischio e il coraggio di sperimentare non devono né possono essere un vezzo, ma piuttosto un’idea arrogante che si ha dentro e che non può essere trattenuta. E dove c’è calcolo non c’è gratuito.

L’alloro secco
Ora gli hanno dato l’Oscar alla carriera. Vale a dire “sei sempre stato bravo, però faceva più figo assegnarlo ad altri, in passato” . Glie l’hanno soffiato infatti varie truppe: da quelle di un ultimo imperatore nel 1988, a quelle della bella e della bestia, Giorgio Moroder nel ’79, e Herbie Hancock nel 1987 quando Morricone concorreva con la colonna sonora di “The Mission”. Che volere di più? Più di un flauto, della poesia del verde, del “poi su e ancora su” fino al fuoco sputato dalla croce, cosa c’è?
Ma un premio è deciso da giurati, persone, e Morricone lo sa. Ed è contento. Un po’ per protocollo un po’ per davvero. Però quanti giurati decidono l’assegnazione di un Oscar e a quante persone (senza che decidano) scappa di fischiettare un motivetto mentre sono al supermercato e gli ananas guardano di sbieco da sotto al cappello di rosette?
Questo è, esattamente questo, lo scarto fra un premiato e un premio.

Ciro Monacella
25 febbraio 2007