Il Filastrocchio: versi in bile dar pontile

Posted on 21 aprile 2010 di

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Il Filastrocchio di Marco Roncaccia

Ve lo presento:

 Lui è Marco
E come arco
Dardi scocca
Quando ama
E rompe il ramo
Quando sbrocca.

 

 

 

 E sbrocca spesso Marco e lo fa mollando score, versi in rima, “versi fatui senza foglio”. E sbrocca, s’incazza e s’indigna, s’indaga. Dal suo pontile tutto scorge, tutto vede e nulla tace e con un pennarello nero a mo’ di spada tutti infilza. Come il più Imprecario dei Cyrano, Marco fa dei suoi versi un arma tagliente, l’unica concessagli, l’unica che gli consente di spezzare le catene che lo costringono a vagar col naso al piede. Un naso abnorme, non tangibile ma invalidante, un peso che investe lui come tutti quelli sua generazione: la (im)precarietà, quella che ti permette solo di sognare ma che si fa fardello quando prepari la lista della spesa della quarta settimana: verde di vergogna, il portafogli rogna, come la pasta in bianco, mi dolgo dell’ammanco. […] A raccontare storie, a scriver le mie memorie, a dire cose sciocche, a suon di filastrocche, per evitar la grana, di pensare a quanto pesa, la lista della spesa della quarta settimana.
In questa (im)precarietà Marco è cresciuto e da questa ha dovuto iniziare presto a difendere il portafoglio, la sua professione, la sua identità. Un piccolo passo indietro per capire quanta strada è stata percorsa, una capatina ai giorni dell’adolescenza e al mito di allora, Goldrake quello che sprinta e va tra le stelle mangiando insalata e cibernetica. Ma Goldrake dev’essersi trattenuto su Marte a giocare più del solito giacché, nonostante le invocazioni, non è tornato a liberare questa terra da minacce ben più tremende di quelle dei robotici Vega.

Ricordi e nostalgia hanno vita breve
se si è costretti alla realtà col solito naso al piede.

E alla realtà si torna, alla poesia, alla scrittura e all’editore per eccellenza di nuovi e vecchi poeti: il web. Ma, come nella realtà, anche nel virtuale è facile lasciarsi sopraffare da quel senso d’inadeguatezza e (im)precarietà proprio della nostra generazione. Gli occhi si perdono in non-luoghi senza fine ove si sprecano testi non letti, versi non scritti. Nessun foglio a far da culla a nasciture rime, solo un infinito, sterminato cimitero della poesia.


Marzia Cangiano
da Libmagazine del
22 aprile 2008

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