Citius, fortius, Pistorius

Posted on 21 aprile 2010 di

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sport

'o Munaciell'

Tanti cerchi quanti sono i continenti. Cinque cerchi che incrociandosi uniscono ogni continente, ogni nazione, ogni stato, ogni comune città provincia sotto il segno dello sport. È questo lo spirito che accompagna le Olimpiadi fin dalle origini (VI-V secolo a.C.), da quando i Greci aprirono i Giochi a tutti gli uomini che parlavano greco che abitavano la città-stato Grecia e le colonie, e che per questo si dissero “internazionali”. Le Olimpiadi restarono una prerogativa unicamente maschile fino al XIX secolo, cioè fino a quando il barone Pierre de Coubertin ne concesse la partecipazione anche alle donne. Da quel momento, e solo da quel momento, le Olimpiadi sono diventate un’occasione di condivisione universale, ‘na livella che ci rende tutti uguali e sportivi allo stesso modo: bianchi, neri, gialli, donne, uomini e omosessuali, buddhisti, mussulmani, atei e cristiani.

Da un po’ di tempo a questa parte, però, questo ‘tutt’uno’ è stato messo a dura prova dal “caso Pistorius”. Oscar Pistorius è un uomo, un atleta, di 21 anni che ad appena undici mesi ha subito l’amputazione di entrambe le gambe che successivamente gli sono state sostituite con particolari protesi in fibra di carbonio, grazie alle quali riesce a correre come e meglio di molti normodotati. Pistorius, che nella sfortuna è stato fortunato e nella fortuna è stato molto sfortunato, non è un diversamente abile perché corre su due gambe. Pistorius però non è un normodotato perché metà delle sue gambe sono protesi. Ecco, proprio questa difficile collocazione ha suscitato dubbi e polemiche su un’eventuale partecipazione dell’atleta alle Olimpiadi di Pechino.

Forse non si era badato a queste maldestre proposte di mercato quando Pistorius è stato escluso dalle Olimpiadi, ma forse proprio una presa di coscienza in questo senso ha spinto infine il Tas di Losanna ad accogliere l’istanza presentata dall’atleta contro la sua esclusione dai Giochi: “al momento non esistono elementi scientifici sufficienti per dimostrare che Pistorius tragga vantaggio dall’uso delle protesi”. Dobbiamo dedurre a questo punto che Pistorius, privo di una tuta creata appositamente per lui o per chi, come lui, sia costretto alle protesi, parta addirittura svantaggiato in questa nuova edizione delle Olimpiadi? Ma non è questo il tempo né il luogo per far polemiche. Tutto bene quel che finisce bene, potremmo dire, e ne avremmo ben donde. A conti fatti, questa vicenda è la cosa più bella che ci potesse capitare. Grazie a Pistorius e alla sua tenacia, grazie al suo sentire il sacrosanto diritto di gareggiare con i normodotati, l’ultima barriera (quella che separa i normali dai diversi, dagli handiccapati, dai disabili, dai diversamente abili) è stata abbattuta nonostante l’ottusità salutista e aggressiva di questa civiltà occidentale. Pistorius è diventato l’incarnazione dello spirito Olimpico, la prova tangibile che questo ancora esiste e che i Giochi hanno ancora motivo di essere.

Il 14 Gennaio 2008 l’Iaaf (federazione internazionale atletica leggera) in base ai test fatti all’Istituto di biomeccanica e ortopedia di Colonia,. ha decretato l’esclusione di Pistorius dalle Olimpiadi per i “chiari vantaggi meccanici” che avrebbe tratto dall’uso delle protesi grazie alle quali avrebbe consumato il 25% di energia in meno durante la corsa. Senza scendere nei particolari di certe sostanze dopanti discretamente in uso presso i nostri amici sportivi, vantaggi “meccanici” possono derivare anche da piccole astuzie con le quali vengono realizzate le divise di gara di molti atleti. È questo il caso di Ian Thorpe, nuotatore australiano che ha dominato i 400 metri stile libero dal 1998 fino al suo ritiro dall’attività agonistica nel 2006. Ian gareggiava con uno speciale costume “da squalo” realizzato su misura per lui dalla onnipotente Adidas. Tale costume, comprimendo le fasce muscolari evitava la dispersione di energia, assicurando maggiore costanza al rendimento fisico durante la gara. Una tuta altrettanto scaltra è a disposizione dei velocisti dell’atletica leggera; per i maratoneti sono state addirittura progettate giacche di ghiaccio che assicurano maggiore ventilazione, traspirazione della pelle, e perfetto controllo del caldo e dell’umidità.

 

Marzia Cangiano
da Libmagazine del
26 maggio 2008