Riflessione sul fascismo: Cronaca di una fuga

Posted on 20 aprile 2010 di

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cinema

Le rappresentazioni cinematografiche della dittatura argentina conservano un fascino inalterato per motivi che di rado coincidono con le ragioni per cui gli argentini stessi continuano ad interrogarsi sull’odioso regime di Jorge Rafael Videla. Innanzitutto il pregio nero di quella storia è nella funzione paradigmatica che essa svolge nell’esibire con essenzialità il lurido gioco politico della penultima fase della guerra fredda; altro pregio è nell’universalità etnica del popolo argentino, al cospetto del quale si svilisce ogni giustificazione ideologica fornita alle precedenti barbarie del Novecento calamitate da gruppi etnici o sociali chiusi: il popolo argentino è assieme indio, spagnolo, tedesco, italiano, francese, etc. ; in ultimo, ad arricchire la portata di quella vasta tragedia sopranazionale, s’impongono fratture concettuali quali la percezione dello Stato come nemico in una deriva atroce del contratto sociale, e l’urgente questione della libertà individuale estremizzata nell’aut aut vita o morte.

Cronaca di una fuga – Buenos Aires 1977, film del 2006 di Israel Adriano Caetano ispirato al romanzo di Claudio Tamburrini Pase Libre – La fuga de la mansiòn, è solo l’ultimo passo di un percorso di analisi e denuncia che già annovera, fra gli altri, gli indimenticabili La notte delle matite spezzate (1988) di Héctor Olivera e Garage Olimpo (1999) di Marco Bechis. Dunque come i precedenti il film narra di sequestri, detenzioni e torture, violazioni dei diritti umani o, all’osso, violazioni di esseri umani. C’è la solita strategia dei carcerieri che nel mettere i reclusi gli uni contro gli altri frantumano i punti di riferimento ideologici e stroncano sul nascere ogni possibile forma di solidarietà. E tutto ciò, assieme all’imposizione della benda sugli occhi, altera la percezione della realtà separando l’uomo dal mondo e obbligandolo all’implorazione della fine qualsiasi cosa la parola fine voglia implicare. Non a caso l’uso della telecamera ci introduce, con movimenti quasi assenti ma allo stesso tempo precari, con angolazioni distorte e luci scarse ma accecanti, ad uno strato di sofferenza nascosta, soffocata, nel rispetto dell’insegnamento di Bechis.

Ma in Cronaca di una fuga c’è del nuovo. Il coinvolgimento per delazione degli estranei alla lotta politica ad opera dei rivoluzionari è probabilmente una forzatura, tuttavia rientra nelle possibilità storiche. E la scelta di narrare di un protagonista alieno alla lotta, a suo modo un innocente, corrisponde in tutta inconsapevolezza al tentativo di rendere blanda la contrapposizione ideologica con esiti che marcano la drammaticità delle scene. Infatti, annullate le parti, ne è amplificata l’ingiustizia, la quale, insieme col suo look claustrofobico, diventa la sola protagonista ben oltre le (d)evoluzioni psicologiche dei personaggi.

Ancora, a differenza di Garage Olimpo, qui la vicenda è vista solo dall’interno senza alcuna tessitura paradossale fra carcerieri e carcerati, senza alcuna prospettiva, foss’anche illusoria, di sovrapposizione o tradimento dei ruoli istituzionalizzati dalla finzione. Però questo anziché aumentare la tragicità finisce per annebbiarla poiché viene meno il più forte carattere drammatico di quel tempo: il contrasto fra il patimento dei pochi (seppure molti) e l’indifferenza di una nazione che procede a passo spedito, che fa la voce grossa col Cile, che continua a distribuire lautamente pane e circo, che organizza e vince, basettona e capellona quanto i detenuti, i mondiali di calcio del 1978. La vera tragedia è in questo: i più mostruosi tumori storici sono, semplicemente, possibili. Sono possibili coniugando una sorta di mutismo e bendatura nell’informazione all’indifferenza delle parti della società civile che si ritengono sane quando non, addirittura, tutelate dall’accentramento dei poteri. Dal magnetismo dell’esecutivo. Dal fascismo.

Ma il fascismo non è un organismo perfetto: la sua disfunzione, la sua condanna e la sua estemporaneità storica sono nella sua stessa natura. L’essere percepito e invocato come necessario, e il suo professarsi catartico, gli consentono certamente di dotarsi di una struttura ossea solida in tempi alquanto rapidi. Ma fondare tale scheletro sulla persecuzione ed eliminazione delle opinioni contrarie lo obbliga, una volta eliminate o messe a tacere o soppresse tali opposizioni, a riconoscere l’inutilità di quel corpo. Lo obbliga a fare i conti con la natura da fiammata di un complesso organizzativo che per nascere forte ha bisogno di consumare tanto, per poi restare ammasso di muscoli e tessuti senza alito. In sostanza la morte del fascismo – o almeno di quel tipo di fascismo, aperto, coerente, sfacciato – è in esso già alla sua nascita, e non ne fa che una parentesi umana nociva come tante altre ma breve come poche. Cronaca di una fuga in qualche modo riesce a far intuire, in una profezia che va catturata con sguardo attento alle dinamiche organiche cui ogni cosa è sottoposta, la fase calante della dittatura: l’allentamento dei lacci, la fiducia nella pace imposta, l’assolutismo culturale e, molto in profondo, quasi da vergognarsene, qualche dubbio nelle coscienze di coloro che, poveri quanto gli ammanettati, di quelle manette posseggono le chiavi. Il lieto fine però non potrà che essere parziale di fronte allo sconvolgimento che tale esperienza può causare, e di fronte alle migliaia di conclusioni cruente di cui solo l’oceano potrebbe dar conto. Tuttavia in esso vi è del buon ristoro: il sapore dolce e beffardo di una piccola vendetta.

 

Ciro Monacella
da Libmagazine del
30 novembre 2008