XchiamaY: Vogliamo anche le rose

Posted on 18 aprile 2010 di

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Vogliamo anche le rose

1 bocca, 2 occhi, 2 gambe, 5 lettere = Donna.
Quest’elenco ordinato di elementi caratterizzava la donna tra gli anni ’60 e ‘70. Non l’anima, non il corpo. Non l’anima, altrimenti si dovrebbero elencare anche i pensieri nascosti dagli occhi e le parole chiuse dalla bocca. Non il corpo, altrimenti l’elenco dovrebbe contenere anche il numero esatto delle mani e dei denti. Niente di tutto ciò, solo un elenco misero e freddo che nulla dice e nulla pretende di dire.
Invece, scorrendo le pagine di un diario si può ottenere molto su chi scrive. Si possono scovare quei pensieri e quelle parole altrimenti sommerse. Questo fa per noi Alina Marazzi nel suo ultimo film “Vogliamo anche le rose”: scova pensieri e parole, anima e corpo di 3 donne vissute tra gli anni ’60 e ’70, anni che hanno segnato la storia del femminile e del femminista.

Siamo nel 1967, Anita scrive il suo diario da Milano. Non conosciamo il volto di Anita eppure non ci interessa. Quel che di lei sappiamo basta e avanza per farci rendere conto di quanto sia frustrante vivere in un corpo di cui non si ha il possesso effettivo. L’educazione familiare, la cultura che pesa come un macigno: la donna nasce per il matrimonio e dunque per la procreazione, non per l’amore, non per il fare l’amore. Il corpo di Anita è un mezzo, e come tale lei lo avverte e lo combatte. Sessuofobia e frigidità queste le conseguenze prime; angoscia per l’abito bianco, per il matrimonio istituzionale, per la famiglia e la maternità queste le conseguenze delle conseguenze.
Intanto fuori è già il 1972 . A Campo de’ Fiori una folla di donne grida: noi non abbiamo paura di voi! Una ragazzina prende il megafono e grida: non abbiamo più paura di voi, avete capito?
Un poliziotto ordina la carica dopo aver rimproverato le incoscienti manifestanti per aver permesso ad una bambina di partecipare al corteo. E sono botte.
La storia scoraggia eppure continua.

La donna sembra prendere coscienza del proprio corpo, possesso più che coscienza e Teresa, nella Bari del 1975, di questa presa di coscienza o di possesso ne paga tutte le conseguenze. Teresa non ha paura del sesso, conosce il suo corpo, lo vive… fino all’illegalità. Le sue pagine raccontano l’amore fisico e consapevole unitamente alla sofferenza per una gravidanza inaspettata e prematura. Teresa ha solo vent’anni e si trova a subire ciò per cui sta combattendo, l’impossibilità di decidere per il proprio presente.
La storia di Teresa può dirsi la più banale, la più normale per l’epoca in cui si ambienta. Francesco Guccini nel 1976 scrissePiccola storia ignobile” la storia di una giovane donna di buona famiglia che, rimasta incinta, si trova a fare i conti con una mentalità rigida di censura; “una storia solita e banale come tante che non merita nemmeno due colonne su un giornale” che si consuma tra l’indifferenza della gente e quella della famiglia, della madre soprattutto che, proprio come nel caso di Teresa, sembra sapere ma preferisce tacere. Non capirebbe, la madre, che non c’è stata costrizione ma piacere, non comprenderebbe, perché lei, da donna onesta, l’ha fatto quasi sempre per dovere. E Teresa anche tace alla gente il suo dolore che rivela nelle pagine del diario fino al racconto del proprio aborto, clandestino e senza alternative: “un blocco di dolore ghiacciato che non finiva mai”. Fino allo strazio del dopo, al dolore fisico e morale, ai sensi di colpa che di notte prendono le sembianza di mostri a 5 teste. Anche il racconto della sua vita è arricchito da immagini di repertorio, video, interviste che raccontano donne casalinghe, operaie, stiratrici, donne che tentano un’istruzione, uomini che arrivano a concedere loro una “teorica parità” che non intacchi l’ora di cena.

Poi qualcosa accade, il femminismo si fa sempre più politica e un po’ si sporca. Gli slogan si fanno più cattivi e la donna dimentica se stessa. Valentina, militante femminista nella Roma del ’79, nel suo diario racconta la disillusione dal nuovo femminismo che ora vede come una macchia informe dove la lotta per la donna si è trasformata in lotta contro il maschio. Il disagio di Valentina è condiviso da altre donne di cui sono riproposte alcune interviste che esprimono un ’insofferenza quasi totale verso le nuove tendenze: dalla castità prematrimoniale si è passate allo “Scopa!” della Sinistra Rivoluzionaria; dalle lotta per la parità, nella famiglia prima di tutto, si è passate al “distruggeremo le coppie e la famiglia” del Movimento Femminista di Liberazione; femministe vs separatiste, clitoridee vs vaginali, bivi continui che sgretolano ogni punto di riferimento. Valentina è una donna totalmente nuova rispetto alla prima, superata ormai da 12 anni, è libera, è divorziata e incapace di una relazione stabile e di un amore completo: Valentina non riesce a godere nel rapporto sessuale e sembra condannata a non godere mai dato che la  masturbazione femminile all’epoca non era tollerata né capita (le clitoridee destabilizzano, sono le vaginali ad assicurare all’uomo tutta la virilità di cui necessitano). Sullo sfondo le letture di Carla Lonzi (elaboratrice del Manifesto di liberazione Femminista 1970) e la costante consapevolezza che la donna è ancora spettatrice muta della sua vita, non è padrona della scena, non può esprimersi liberamente in nessun contesto della sua vita. “Siamo sconfitti -scrive Valentina- uomini e donne, dopo il ’77 e penso che i veri effetti saranno lenti a insediarsi nelle nostre coscienze”.

La storia scoraggia eppure continua, sui titoli di coda le tappe più importanti di quest’evoluzione femminile e femminista: il divorzio, l’aborto, la patria potestà, la parità di diritti e doveri, i pacs. L’elenco si chiude ingenuamente con la legge sulle coppie fatto. Lungi dalla regista il pensare che di lì a poco la donna sarebbe stata costretta a riconquistare la piazza per riprendersi un diritto già acquisito: l’aborto.
Ma la storia continua, seppure scoraggia.

Marzia Cangiano
da Libmagazine del
3 aprile 2008

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