Intervista a Simone Cristicchi

Posted on 18 aprile 2010 di

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M.C. e A.N.M.: Ha vinto l’ultima edizione del Festival di Sanremo con la canzone “Ti regalerò una rosa”, che parla della storia di Antonio, un uomo che ha vissuto molti anni in manicomio, finché non ha imparato a volare. Dal testo si evince che lei ha una conoscenza piuttosto profonda di queste strutture e delle persone che le hanno abitate. Cosa ha potuto scoprire circa queste strutture e in quale occasione?

S.Cristicchi: “Ti regalerò una rosa” è stata scritta di getto, in un pomeriggio. Il testo prende spunto dalla lunga ricerca negli ex-manicomi italiani (ne ho visitati dieci) per la realizzazione del mio libro “Centro di Igiene Mentale”, dove sono presenti 35 lettere mai spedite dal Manicomio di Volterra. Sono documenti rari di gente internata, alla quale veniva negata anche la possibilità di comunicare con il mondo esterno. Una delle norme del regolamento era: “Gli infermieri non devono portare fuori dall’Istituto lettere, oggetti, ambasciate o saluti, né possono recare alcuna notizia dall’esterno agli ammalati…”. Questa barriera invalicabile, questo silenzio imperdonabile, diventa la metafora del pregiudizio e dello stigma legato ai malati di mente, ancora oggi. “Ti regalerò una rosa” diventa quindi una lettera spedita alla nostra società, colpevole di una paura ingiustificabile, colpevole di aver dimenticato la ricchezza che si può trovare dall’altra parte di quel cancello. Inizialmente la canzone era nata per far parte della colonna sonora del mio documentario “Dall’altra parte del cancello”, e poi, invece…strano il destino! La canzone ha messo sotto i riflettori, davanti a milioni di persone, un problema insoluto di cui nessuno vuole occuparsi, ha messo d’accordo pubblico e critica, cosa che avviene raramente e che non avrei mai immaginato potesse succedere.


M.C. e A.N.M.: La legge 180, meglio nota come legge Basaglia, dal promotore della stessa, decretò la chiusura dei manicomi, chiusura che fu completata solo nel 1994. In questi ambienti i “matti” erano soggetti a qualunque tipo di trattamento, compreso l’elettroshock. Ad oggi, questi ambienti sono stati sostituiti con ospedali psichiatrici e centri d’igiene mentale. Crede che queste nuove strutture abbiano migliorato le condizioni di vita di chi si trova a dover fare i conti con patologie psichiatriche?

S.Cristicchi: Le strutture ci sono, molte funzionano a meraviglia, ma non sono abbastanza, e non sono tutte uguali. Nel mio viaggio ho potuto constatare l’esistenza di alcuni cosiddetti “residui manicomiali”, istituzioni totali che ancora non si sono trasformate in luoghi “umani”, dove far vivere una vita dignitosa ai pazienti. Ma la cosa che mi resterà sempre dentro, è tutta la gente che mi ha scritto e che ho incontrato, centinaia di persone che mi hanno raccontato una storia: persone in grave difficoltà, soprattutto madri e padri di ragazzi con disturbi psichici, che, tra le lacrime, chiedevano aiuto. A me! Mi sembrava assurdo. Questo silenzio dura da troppi anni ormai: è un silenzio intriso della disperazione di chi non riceve alcun tipo di supporto dalle istituzioni, immobilizzate dalla burocrazia, per colpa di una legge che non ha garantito la necessaria assistenza, non solo a chi soffre, ma anche a chi deve tenere sulle spalle il peso di una malato in casa. Ti confesso che, all’indomani del Festival, ho ricevuto molte proposte di collaborazione dai nostri amati politici, e promesse che dopo un mese sono sfumate nell’aria, come tante altre. L’ennesima delusione. In fondo mi viene da pensare, che da parte mia ce l’ho messa tutta, “Ti regalerò una rosa” rimarrà semplicemente una canzone, e sarei molto felice che fosse ricordata negli anni: ma la cosa ben più importante è che non bisognerebbe dimenticare mai il problema di cui parla.


M.C. e A.N.M.: “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’ essere”, Franco Basaglia. Quanto scritto rispecchia anche il suo pensiero?

S.Cristicchi: Non sono uno psichiatra, né un filosofo, ma la mia idea è che la follia molto spesso sia generata dal contesto sociale in cui si vive, da fattori esterni. In mezzo a noi ci, sono persone più sensibili di altre, e sono queste che facilmente cadono nel baratro, sprofondano in un abisso di emarginazione. Nello stesso tempo, credo che la follia possa essere anche una scelta, il rifiuto di adeguarsi alle regole, a un’etica e a una morale comune che non si vuole accettare, un  mondo di regole che fa paura. Molte volte siamo noi stessi la fonte della nostra paura, con le nostre contraddizioni, gli istinti repressi, le bugie. La poetessa Alda Merini dice che “il vero manicomio è dentro la nostra testa”; fin quando non ne abbatteremo i muri, saremo sempre legati dalla camicia di forza della presunzione e della nostra cecità, non riusciremo veramente ad amare.


M.C. e A.N.M.: Il fascino completamente folle di Syd Barrett e la voce eterea di Jeff Buckley, morto precocemente in circostanze non meglio chiarite: un background musicale assolutamente condiviso da chi scrive. Come le è capitato di accostarsi da giovanissimo a questi due grandi autori?

S.Cristicchi: Mi piace chi fa della sua arte qualcosa di unico e irripetibile. Chi attraverso la musica e i versi manifesta in modo plateale la sua anima. In quel periodo avevo 18 anni e cominciavo a suonare nelle prime cover-band, riproponendo canzoni dei Pink Floyd. Syd Barrett mi colpì subito per la grande originalità delle sue composizioni, e per la “follia” delle melodie. Consiglio a tutti di ascoltare i suoi album da solista! Con Jeff Buckley è stato amore a prima vista: penso che sia stato una delle più belle voci del 1900. qualche tempo fa ero anche iscritto al Fanclub (non è  mai più successo per nessun altro artista…) Ammiro il suo grande rispetto, la devozione a questa Dea chiamata Musica, mi piaceva esplorare la sua attitudine “esoterica” nei confronti del suono, Jeff amava i Sufi, Nusrat Fateh Ali Kahn e i canti sacri dell’Islam…e nello stesso tempo mostrava un’anima decisamente rock!


M.C. e A.N.M.: Il suo pezzo intitolato “Prete” contiene un testo squisitamente anti-clericale, una critica alla storia della Chiesa che in nome del potere e del dio denaro si è fatta, sempre di più, politica. “Se Gesù Cristo fosse vivo si vergognerebbe”: lei crede che esista un Progetto da cui l’umana Chiesa si sia allontanata per avidità?

S.Cristicchi: Questa canzone (che nessuno si è preso la briga di pubblicare su un disco) mi ha già provocato alcuni fastidi; una fetta di pubblico mi ha “abbandonato” dopo averla ascoltata scaricandola gratis da internet. Sono stato pesantemente attaccato su “L’Avvenire”. Ma in fondo sono contento, perché lo scopo del pezzo era quello di provocare delle reazioni forti e dare inizio a uno scambio di opinioni, cosa che spesso non avviene…Credo che la Chiesa abbia deluso in molti, e per diversi motivi. Mi ritengo un uomo religioso, non cattolico, ma rispetto chi non la pensa come me. Ciò che non sopporto è lo spirito di prevaricazione, la supponenza di alcuni esponenti della Chiesa, chi detta legge in nome di Cristo. E te lo dice uno che in famiglia ha tre suore! La mia religione, purtroppo o per fortuna, è il dubbio. Penso che nel dubbio ci sia movimento, nella certezza immobilità. Per questo rimango scettico quando qualcuno mi sbatte in faccia le proprie certezze, e non si mette mai in discussione, come il prete che frequentavo durante il catechismo, molti anni fa, e al quale è dedicata questa canzone. La bugia più grande della storia non è di certo il Cristianesimo in quanto tale, ma ciò che gli uomini hanno fatto delle sue istanze primordiali col passare dei secoli, le meschinità, la violenza inaudita, il plagio delle menti deboli, il desiderio di ammansire e addomesticare il gregge, la volontà subdola plasmare il pensiero della massa, solo ed esclusivamente per il proprio tornaconto. Credo invece in chi fa della vocazione una missione che non sia fatta solo di parole, chi si mette al servizio degli altri con la pratica e le azioni. Don Gallo, per esempio, che ho avuto la fortuna di conoscere: prima di essere prete, dimostra ogni giorno con le sue azioni di essere un grande uomo.

M.C. e A.N.M.: Sempre nello stesso pezzo, il prete è descritto come un uomo presuntuoso, convinto di essere il depositario di Verità assolute, in nome delle quali ognuno di noi dovrebbe annullare se stesso partendo dai più genuini istinti fisici, quali, ad esempio, la masturbazione. Eppure quotidianamente arrivano notizie di preti pedofili, preti innamorati con tanto di prole, preti indagati per abusi sessuali. I conti non tornano…

S.Cristicchi: Il sesso sembra una delle grandi ossessioni della Chiesa. A volte sembra che non pensino ad altro! Evidentemente, grazie ai fatti che stanno uscendo fuori, si deduce che ne parlino con cognizione di causa. È l’atteggiamento ipocrita di chi si sente al di sopra della carne, ma dalla carne è continuamente attratto.

M.C. e A.N.M.: Crede che personaggi del genere, predicatori e benpensanti, esistano anche al di fuori dell’ambito strettamente clericale, nell’ambito della politica, ad esempio, o della televisione o anche del mondo della musica?

S.Cristicchi: Sì. E gli ho dedicato una canzone: per il politico nostrano racconta-balle “L’Italia di Piero”, per chi usa la musica in modo improprio “Fabbricante di canzoni”, che è anche il titolo del mio primo album. Purtroppo siamo circondati dai furbetti. Prendi la televisione: gente finta come l’ottone che popola i salotti, senza sapere neanche parlare in italiano e ha anche il coraggio di esternarci un’opinione. In base a cosa? Per fortuna, abbiamo ancora una grande libertà: quella di spingere il tasto OFF. Nella musica c’è chi riesce a manipolare, a creare il gusto della gente. Scrive in maniera matematica, senza cuore né ispirazione, per scopi meramente commerciali. Sfornano canzoni come saponette, prodotte in serie dalla grande industria discografica, tutte uguali, pronte a invadere il mercato e a saturare ogni spazio disponibile. Sono produttori, manager, arrangiatori, discografici, ma soprattutto artisti…senza fantasia.


M.C. e A.N.M.: “I matti siamo noi quando nessuno ci capisce”. Lei è matto?

S.Cristicchi: Ognuno di noi è un potenziale “matto”, quando qualcun altro ci mette da parte, ci isola, ci emargina. O, più semplicemente, non ci capisce. Per uno come me, che usa l’ironia come ingrediente per raccontare il mondo, è facile essere equivocato. Per chi va in televisione, poi, le probabilità che questo succeda, aumentano notevolmente”! È accaduto per “Vorrei cantare come Biagio” e per “Ombrelloni”… mi succede fin dagli esordi, e penso che accadrà ancora. Sicuramente però provo gusto quando l’opinione di chi mi ascolta, o vede i miei spettacoli, si divide in maniera netta, senza vie di mezzo. Per “Ti regalerò una rosa”, per esempio, sono stato attaccato dagli psichiatri e difeso dai matti, sono stato oggetto di tesi di laurea e allo stesso tempo di parodie demenziali. Ma il vero “matto” è Rufus…il mio alter-ego caustico e irrequieto, del quale prima o poi pubblicherò un album!

Marzia Cangiano e Astrid Nausicaa Maragò
da Libmagazine del
18 dicembre 2007