Intervista a Paolo Crepet

Posted on 18 aprile 2010 di

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LibMagazine incontra Paolo Crepet, psichiatra e sociologo nonché scrittore molto attento alle dinamiche comunicative e relazionali messe in atto dagli attori sociali. I suoi saggi trattano gli aspetti più interessanti e problematici dell’odierna società: dall’amore alla depressione, dall’adolescenza alla disoccupazione. Attualmente insegna “cultura e linguaggi giovanili” presso l’università di Siena.

 
M.C: La scrittura rappresenta una produzione oggettiva del disagio: scrivendo l’autore si libera del proprio malessere attribuendogli significato; inoltre la scrittura è concepita come strumento di autodeterminazione. Che rapporto c’è secondo lei fra le suddette funzioni e il dilagante fenomeno dei blog?
P.C: Credo che i blog non siano solo uno strumento di divulgazione del proprio malessere, ma anche un mezzo di comunicazione di massa.

M.C: Solo comunicazione di massa o ennesima moda trasversale a più fasce d’età?
P.C: Beh, quand’anche fosse moda sarebbe interessante. Non è che tutte le mode sono superficiali.

M.C: Sempre in merito ai blogs, dopo l’omicidio di Perugia si è dato molto peso al fatto che sia Amanda Knox che Raffaele Sollecito curavano un blog. Attualmente il blog di Amanda è al vaglio degli inquirenti. Considerando che la forma-blog offre la possibilità di crearsi un alter-ego esclusivamente di fantasia, non crede che sia pericoloso prendere in considerazione una pagina web in un procedimento giudiziario?
P.C: No. Ritengo piuttosto che rientri nella libertà d’azione degli inquirenti. D’altra parte non credo che venga usato come indizio né tanto meno come prova, semplicemente è uno dei possibili approfondimenti nella conoscenza dei soggetti in questione.

M.C: Cogne, Garlasco, Erba, Perugia. Assistiamo ad omicidi di feroce violenza, inattese esplosioni d’odio incubate molto spesso in contesti apparentemente sereni. Cosa genera un odio così feroce verso “l’altro” ?
P.C: L’uomo. L’uomo è un animale abituato da millenni a usare la violenza, quindi non c’è nulla di nuovo da questo punto di vista. Gli ambienti sereni sono quelli in cui normalmente accadono le cose più spietate, e anche su questo non c’è nulla di nuovo. Anzi, mi meraviglierei del contrario.

M.C: La spettacolarizzazione quotidiana della violenza e della giustizia a mezzo televisivo collocano l’uomo in una posizione di spettatore distaccato. C’è, secondo lei, il rischio che l’uomo ne risulti anestetizzato e confonda pericolosamente realtà e finzione?
P.C: La frizione fra realtà e finzione è uno dei temi più noti e interessanti. Dobbiamo, credo, occuparcene… nel senso che la televisione può confondere le acque, ma sta alla maturità dei cittadini comprendere e spiegare, per esempio ai propri figli, cosa è vero e cosa non lo è. Ecco perché almeno i telegiornali dovrebbero parlare di realtà senza edulcorarla.

M.C: Si parla di tv spazzatura e la si giustifica così: “questo è quello che vuole il pubblico”. Dando per buona quest’ultima affermazione, non c’è da allarmarsi?
P.C: Guardi, non è vero. Questo è l’alibi per imbastire qualunque mondezzaio. Il pubblico vorrebbe anche cose peggiori se si volesse andare incontro agli istinti più tribali dell’uomo. Se trasmettessero in diretta, alle dieci del mattino, un’impiccagione ci sarebbe un forte riscontro di pubblico. Basta considerare che i video scaricati da youtube o simili sono spesso peggiori di quanto offre la televisione. Il ché vuol dire che quando la televisione diventa assolutamente democratica, cioè se ognuno di noi può fare la propria televisione, i programmi diventano peggiori addirittura di quelli di Maria De Filippi.  

M.C: Da qualche anno è disponibile per chi ne sentisse l’esigenza la psicoterapia online. Lei ritiene che questo nuovo metodo di far terapia possa essere sostitutivo di quello tradizionale, vi riscontra pregi oggettivi?
P.C: Non credo si possa parlare di sostituzione per lo stesso motivo per cui gli sms non possono sostituire la comunicazione emotiva. Credo che la psicoterapia online sia un aiuto vagamente psicoterapico che rispetto per una serie di motivi anche evidenti, come ad esempio il fatto che non tutti dispongono di un tot di euro alla settimana da dedicare alla psicoterapia.

M.C: Tecnicamente parlando, in che modo lo specialista riesce a psicoanalizzare una persona dovendo rinunciare ad un’indispensabile fonte di conoscenza quale la comunicazione non verbale?
P.C: Io alcuni anni fa ebbi un’esperienza di terapia online, si può dire anticipando i tempi, ma credo che oggi il mezzo tecnico offra maggiori possibilità, come quantomeno il guardarsi attraverso lo schermo. Pensi che anni fa dei miei colleghi facevano terapia perfino al telefono…

M.C: Il suo ultimo libro “Dove Abitano Le Emozioni” scritto insieme con l’architetto Mario Botta potrebbe essere definito, in estrema sintesi, un libro sulla felicità possibile. Si riflette sul legame tra spazi urbani e felicità: le nostre emozioni cambiano e maturano in base ai luoghi frequentati, i quali possono generare ansia o disagio come benessere e creatività. Cosa fa delle nostre città un così evidente covo di sofferenze anziché una fonte di benessere?
P.C: Noi siamo tarati sul dolore ed è del tutto evidente che nella nostra vita e nelle nostre città sia rappresentato il dolore. Il bello e il felice sono per poche persone, quindi inevitabilmente le città tendono a riflettere questa realtà.

M.C: A tal proposito, quanto possono essere infelici in questo momento i cittadini napoletani? Quale soluzione architettonica per loro?
P.C: (ride) Mi sentirei di dire ai cittadini napoletani: attenzione, ci si adatta a tutto. Penso che se la situazione non dovesse risolversi nei prossimi mesi molta gente riterrebbe che tutto sommato non è poi così scandaloso vivere fra i sacchetti d’immondizia. Dipende dalla mentalità dei singoli. Perché poi è vero che dobbiamo prendercela con chi governa: è un nostro diritto. Ma è altrettanto vero che esiste anche il diritto ad indignarsi, e non solo a dire di no.

 

Marzia Cangiano
da Libmagazine del
14 febbraio 2008