Dietro un piccolo uomo, c’è sempre una grande donna, morta!

Posted on 18 aprile 2010 di

1


violenza contro le donne

“ […]Lei aveva usato tutta la sua forza per ribellarsi, era cattiva e grintosa, ma forse, non abbastanza. Il sentire una cosa estranea e rifiutata dentro se stessa, e per la prima volta, le fece provare un irrefrenabile impulso di vomitare. Avrebbe voluto morire lì fuori, piuttosto che farsi uccidere dentro. […] Proprio quando si accorse che il freddo era penetrato nel suo flebile corpo una macchina si fermò. Era un uomo stanco e anziano, dall’accento lento e dai modi raffinati. Non servì nessun racconto, il signore capì il passato guardando i vestiti squarciati, e lo sguardo rassegnato di chi vorrebbe bruciare il mondo ma è troppo spaventato per accendere un fuoco. Adesso, dentro a quella macchina, Amelia capì che nel mondo esistevano due tipi di carnefici: quelli bestiali, che usano la forza per spezzarti,e quelli cerebrali, che usano il cervello per mandarti dai primi.
Da “ Lo stupro” Asia Emme

Aberrante è il fatto che la violenza sulla donna nasca con l’uomo. Che la si voglia ricondurre a sentimenti di inspiegabile superiorità maschia, o a traballanti rielaborazioni di gender, il fatto, il dado tratto è che viviamo ancora in un mondo in cui l’altra metà del cielo fatica a schiarirsi, lasciando al buio l’altra metà della terra. Ovvio che in questo buio uomo e donna continuino a vederci poco, a vedersi poco, a vedersi male. È in questo buio che prende piede la violenza, in questo spazio scuro dove l’altra va rinnegata e soppressa, tenuta a bada se si può, con le mani legate a dovere e la bocca chiusa. La parola prima di tutto. La parola soprattutto va taciuta perché fa rumore, smuove cuori e legni. Ma un cuore rimasto al buio non può che temere certi sussulti perché non ne intravede il fine. 

I dati in nostro possesso per descrivere dettagliatamente la situazione in Italia sono incompleti in quanto fino al 1995 gli atti di violenza carnale e/o fisica erano raggruppati sotto la voce ” delitti contro la moralità e il buon costume”. Solo dal 1996 la violenza sessuale viene intesa come “delitto contro la persona”.
Da un’indagine istat svolta dal 1997 al 1998 su un campione di 20.064 donne tra i 14 e i 59 anni, emerge che il 51,6% delle donne ha subito almeno una delle violenze sessuali considerate: telefonate oscene (33,4%), esibizionismo e ricatti sul lavoro (4,2%), molestie fisiche (24%), stupro e tentato stupro con un incidenza rispettivamente dello 0.6% e del 3.6%. La violenza sessuale più frequente è la cosiddetta “violenza inattesa” che si consuma nell’ambito intrafamiliare: ovvero ad opera di amici, conoscenti, o dello stesso partner. Questo tipo di violenza è di difficile rilevazione in quanto, nella stragrande maggioranza dei casi, a violenza non segue denuncia (98.7% dei casi): solo l’1,3% dei tentati stupri totali ed il 32% degli stupri sono stati denunciati, e ciò equivale a dire che 174mila donne che hanno subito un tentativo di violenza e 14mila che sono state violentate restano al buio.

Dal numero, non opinabile, emerge una percentuale fin troppo alta di donne cadute vittime dello stesso partner. Questo dato apre porte e finestre ad una moltitudine di punti interrogativi, il più grande dei quali riguarda la relazione uomo-donna. Dizionario alla mano verrebbe da dubitare sull’effettiva esistenza di tale relazione. Il termine relazione infatti presuppone una sorta di comunicazione tra individui diversi; inoltre, per far sì che questa comunicazione sia quantomeno costruttiva, è necessario che mittente e destinatario siano messi sullo stesso piano: pari dignità, pari peso delle parole, pari libertà di espressione.  E già sulla parola “ pari ” si chiude la vexata quaestio. Ma sorvoliamo sulla parità. Mettiamo per assurdo che la donna, stanca di inseguire questa trita parità, decida di accontentarsi di una dignitosa inferiorità. Dignitosa è la parola chiave.  Accordando alla donna il sacrosanto diritto ad essere percepita come essere vivente meritevole di dignità le si assicurerebbe un’esistenza meno penosa o quantomeno, nei casi più estremi, un’esistenza. Ciò che mi spinge a pensare che all’“essere umano di sesso femminile” non venga associato il termine dignità è la tendenza, largamente diffusa proprio negli strati sociali più a rischio, a giustificare sempre più frequentemente la violenza, giungendo perfino, in casi estremi, ad incolpare la donna stessa per le violenze subite. Scandaloso, ma soprattutto pericoloso: se si riesce a fornire un alibi agli uomini che usano violenza sulle donne, tra qualche anno, quando i pedofili non susciteranno più tanto scalpore, si arriverà a colpevolizzare anche il bambino-vittima?
Non so, domando. 

Marzia Cangiano
da Libmagazine del
30 ottobre 2007